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PERCHE' LA CHIESA E' TANTO VERA QUANTO IL VANGELO. AFFRONTARE IN MODO COSTRUTTIVO L'OPPOSIZIONE NELLA VITA. DI EUGENE ENGLAND SUNSTONE, 10 APRILE 1986

Eugene England è stato Professore Associato di inglese alla Brigham Young University ed è l'autore del libro"Dialoghi con me stesso". E' morto nell'agosto 2001. Quando ero un ragazzo, ero convinto che l'evento più noioso della Chiesa, forse del mondo, fosse una Conferenza di Palo che a quei tempi aveva luogo ogni tre mesi e prevedeva due sessioni di due ore alla domenica. La parte più divertente e interessante per noi bambini erano gli inni cantati dalla vibranti voci delle "madri del coro" e il sobrio cibo offerto dal Comitato del Palo impegnato nella lotta contro l'alcol e il fumo. Ma, una conferenza fu particolarmente memorabile. Avevo dodici anni e sedevo in prima fila perché mio padre era stato sostenuto come sommo consigliere in un palo appena costituito. Mi ero appena guardato attorno per cercare di stuzzicare mia sorella, seduta dietro a me, quando sentii qualcosa di vagamente familiare riscaldare il mio cuore e il mio corpo che mi spingeva, quasi fisicamente, a guardare il viso trasfigurato dell'Anziano Harold B.Lee, l'Autorità in visita" che aveva improvvisamente interrotto il suo discorso per dare una benedizione apostolica al nuovo Palo. Sentii, per la seconda importante volta nella mia vita, la presenza dello Spirito Santo e la testimonianza speciale di Gesù Cristo. Quante Conferenze di Palo avrei dovuto attendere per essere nuovamente alla presenza di tanta Grazia? Migliaia o tutte quelle che sarebbero venute? La perla non ha prezzo! E poiché avevo imparato meglio cosa cercare capii - e non fu una rivelazione dottrinale ma la semplice comprensione di un'esperienza con i membri della Chiesa - che le conferenze sono tutt'altro che noiose. Questa, una delle più importanti testimonianze sulla mia fede, non la ottenni tramite una grande ricerca introspettiva del Vangelo ma semplicemente perché stavo facendo il mio dovere nella Chiesa, benché fossi ancora un immaturo. Un detto mormone spesso ripetuto è che il Vangelo è vero e perfetto ma che la Chiesa, dopo tutto, è uno strumento umano, legato agli eventi storici, e pertanto comprensibilmente imperfetto, qualcosa da accettare per la causa del Vangelo. Tuttavia, io sono persuaso sia per le esperienze, come quella vissuta alla conferenza di palo, sia per mio pensiero personale, che la Chiesa sia tanto "vera", tanto efficace e sicura come strumento di salvezza quanto le dottrine che noi chiamiamo vangelo. E questo è così in buona parte a causa delle difficoltà, delle prove umane e dei problemi di vita che occasionalmente creano in tutti noi angoscia. Io so che coloro che usano questo detto, che il Vangelo sia più vero della Chiesa, vogliono un sistema perfetto dei comandamenti rivelati basato sui principi infallibili che esprimano le leggi naturali dell'universo. Ma proprio la rivelazione è , di fatto, semplicemente la miglior comprensione che il Signore possa darci di queste cose. E, come il Signore stesso ha spesso affermato, questa comprensione è molto lontana dalla perfezione. Egli ci rimanda alla prima sezione di DeA (1:24-25). Questo è la sintesi completa di quei problemi che nascono quando si cerca di trasporre la conoscenza che Dio ha dell'universo nel linguaggio umano credendo di averla capita. Dovremmo stare attenti a rivendicare troppo "il Vangelo" che non rappresenta i principi perfetti o le loro leggi naturali o la perfetta conoscenza di Dio in merito a queste cose - ma è semplicemente la più stretta approssimazione che l'uomo mortale, sì ispirato ma limitato, possa ricevere. Anche una rivelazione ricevuta ed espressa da un profeta, deve essere compresa, meditata e tradotta in diverse lingue, espressa in programmi e manuali, discorsi e estratti, in una parola interpretata. E questo significa che almeno una parte delle limitazioni del linguaggio e dei modi di vedere del mondo entra in essa. Sono sempre rimasto perplesso quando qualcuno chiede ad un insegnante o oratore se ciò che sta dicendo è vangelo puro o semplicemente la sua personale interpretazione. Tutto ciò che ognuno dice è sostanzialmente un'interpretazione. Anche soltanto il leggere le scritture agli altri comporta un'interpretazione, scegliendo ambedue cosa leggere in una particolare circostanza e come leggere (con quale tono e enfasi). Al di là di questo, ogni cosa che noi facciamo diventa sempre meno "autorevole" anche quando cerchiamo di spiegare e applicare le scritture, cioè quando insegniamo il Vangelo. Sì, io so che lo Spirito Santo può donare gocce di intelligenza pura a colui che parla o porta testimonianza della verità. Io ho potuto ricevere tutti e due questi amorevoli e rassicuranti doni. Ma questi doni, che garantiscono la guida costante della Chiesa nel modo in cui il Signore intende e in alcune occasioni guidano in modo sorprendentemente chiaro l'individuo, mai contrasteranno il libero arbitrio o la libertà individuale. Anch'essi non sono esenti da quelle limitazioni del linguaggio umano e della percezione morale che il Signore descrive nel passo sopra citato e non possono costringere all'accettazione e comprensione universale. Questo problema è costituito dalla natura fondamentalmente paradossale dell'universo stesso e di conseguenza dalle leggi e principi veri che il Vangelo usa per descrivere l'universo. Il passo di Lehi "poiché è necessario che vi sia un'opposizione in tutte le cose" (2Nefi 2:11) è forse la dichiarazione più profonda e provocatoria della teologia astratta delle scritture, perché presume di descrivere ciò che è l'aspetto più estremo dell'Universo, addirittura al di là di Dio. Nel contesto il passo suggerisce chiaramente non solo che contraddizione e opposizione sono una parte naturale dell'esperienza umana, qualcosa che Dio usa allo scopo di redimerci, ma che l'opposizione è il vero cuore delle cose; è intrinseca alle due realtà più fondamentali - intelligenza e materia - che Lehi chiama "cose da fare e cose che devono essere fatte." Secondo Lehi l'opposizione dà all'universo energia e significato e , inoltre, rende possibile l'esistenza di Dio e ogni altra cosa. Senza di essa "tutte le cose non esisterebbero"(2Nefi2:13). Tutti noi sappiamo per esperienza quali sono le conseguenze per la vita mortale di questa fondamentale ed eterna verità riguardo la realtà. Le idee più importanti e produttive di tutta la storia sono state paradossali; l'energia stimolante presente in tutte le arti è stata conflittuale e in opposizione; la base del successo di ogni sviluppo economico, politico o sociale è stata la competizione e il dialogo. Pensiamo al nostro sistema federale di conti e bilanci e al nostro sistema politico bipolare (due partiti che assieme rendono possibile una democrazia pluralistica), al romanticismo e classicismo, ragione e sentimento, libertà e disciplina, individuo e comunità, uomini e donne (le cui differenze rendono possibile il progresso eterno), giustizia e misericordia (la cui opposizione rende possibile la nostra redenzione attraverso l'Espiazione). La vita in questo universo è piena di polarità; noi lottiamo con loro, ci lamentiamo di loro e, talvolta, tentiamo persino di distruggerle con il dogmatismo e la giustizia personale oppure ritornando all'innocenza che è soltanto ignoranza, un ritorno al Giardino di Eden dove ci sono falsa tranquillità e chiarezza ma non salvezza. William Blake, il poeta profetico, sosteneva che "senza opposizione non ci potesse essere esistenza" e dichiarava che "chiunque tentasse di riconciliare (i contrari) cercava di distruggere l'esistenza." Inoltre, noi vedremo "faccia a faccia " ciò che ora "vediamo in uno specchio in modo oscuro" (ICorinzi 13:12) e per questo sarebbe bene ottenere il meglio da esso (il Vangelo). Così, quando lo conosciamo nei limiti umani, il "Vangelo" non è , e forse data la natura paradossale dell'universo stesso, non può essere una semplice e chiara serie di asserzioni inequivocabili. E qui entra in gioco la Chiesa. Credo che sia il mezzo migliore, a parte il matrimonio (che è il paragone più idoneo in questo senso) per combattere in modo costruttivo con i contrasti dell'esistenza. Credo che il meglio di ogni chiesa o organizzazione sia il modo in cui si combatte, il "più vero" che ci sia. E credo che noi possiamo definire chiaramente la chiesa mormone come "la vera Chiesa" solo se pensiamo che sia la migliore organizzazione per fare ciò e che sia stata fondata e venga conservata per rivelazioni che sono provenute e continuano a provenire da Dio , anche se per necessità si manifestano in modo "oscuro". Martin Lutero, con visione profetica, scriveva: "il matrimonio è la scuola dell'amore", ciò significa che il matrimonio non è il risultato dell'amore quanto la scuola. Credo che ogni buona chiesa sia una scuola d'amore e che la chiesa mormone per la maggior parte delle persone, forse per tutti, sia la migliore, la "sola vera Chiesa vivente" (DeA 1:30), non solo perché le sue dottrine insegnano e rappresentano alcuni dei più grossi e centrali paradossi, ma, soprattutto, perché la Chiesa fornisce il miglior contesto per combattere, operare, resistere ed essere redenti da quei paradossi e opposizioni che danno energia e significato all'universo. Poco prima di morire, J.Smith, anche con visione profetica, scrisse: "provando i contrari, la verità è resa manifesta".(Storia della Chiesa 6:428). Per "prova" egli intende non soltanto dimostrare logicamente, ma esperimentare, combattere e lavorare nell'esperienza pratica. La Chiesa è tanto vera ed efficace quanto il Vangelo perché ci coinvolge direttamente sperimentando i contrari, lavorando in modo costruttivo con le opposizioni all'interno di noi stessi e specialmente tra le persone, combattendo con i paradossi e le polarità ad un livello empirico che ci può redimere. La Chiesa è vera perché è concreta, non teorica; in tutte le sue contraddizioni e problemi , produce alla fine il bene tanto quanto il Vangelo. Consideriamo perché questo è così. Nella vita della vera Chiesa, come in un buon matrimonio, ci sono costanti opportunità per tutti di servire, specialmente di imparare a servire persone che altrimenti non sceglieremmo di servire - o di frequentare - così ci sono opportunità di imparare ad amare incondizionatamente. C'è un costante incoraggiamento, anche pressione, ad essere "attivi", ad avere una chiamata, e quindi a dover affrontare persone e dirigenti, le idee e i desideri di altre persone, i loro sentimenti e incapacità, a dover frequentare classi e riunioni, ascoltare nozioni talvolta preconcette e inesatte di altre persone, a dover fare talvolta alcuni discorsi, ad avere dirigenti e, talvolta, ad essere forti di fronte alla loro debolezza e cecità e, anche, ingiusto dominio e, poi, ad essere chiamati dirigenti e scoprire che tu, anche, con tutte le migliori intenzioni, puoi essere debole, cieco e ingiusto. Il coinvolgimento nella Chiesa ci insegna la compassione e la pazienza tanto quanto il coraggio e la disciplina. Ci rende responsabili del comportamento personale, nell'ambito del matrimonio, fisico e spirituale di persone che noi non sempre riusciamo ad amare ( o per le quali proviamo proprio avversione), e così noi impariamo ad amarli. La Chiesa ci pressa e ci sfida, anche se non siamo d'accordo e se siamo esasperati, in modi che noi non avremmo mai scelto, e così ci dà una possibilità di fare meglio di quanto noi potremmo fare, ma che alla fine abbiamo bisogno di fare e vogliamo fare. Michael Novak, il teologo cattolico laico, ha trattato questo stesso punto relativo al matrimonio. In uno straordinario saggio pubblicato da Harper nell'aprile 1976, ha riesaminato la crescente inclinazione degli intellettuali moderni a resistere, disertare o addirittura ad attaccare il matrimonio ed ha sostenuto che il motivo principale per cui la famiglia, che per tradizione è stata il baluardo della sicurezza economico-emozionale, attualmente "non viene vista favorevolmente" è che molti opinionisti moderni non sono disposti a correre rischi nell'assoggettarsi alle regole che la scuola del matrimonio richiede. Ma ha poi indicato come tali timori, sebbene giustificati, li allontanino dal conoscere i loro principali bisogni. Allo stesso modo, credo che coloro che resistono, disertano e attaccano la Chiesa non riescano, per una semplice mancanza di prospettiva, a riconoscere i loro più importanti interessi. Leggendo questo passo di Novak, provate a sostituire mentalmente il termine "matrimonio" con "Chiesa": "Il matrimonio (Chiesa) è un attacco al proprio ego solitario. Il matrimonio è una minaccia al singolo individuo. Il matrimonio impone responsabilità a volte faticose, umilianti, dure e frustranti e anche se qualcuno può supporre che proprio queste cose siano di ostacolo ad ogni tipo di vera libertà, il matrimonio non è il nemico della crescita morale negli adulti, ma è proprio il contrario. L'essere sposato e l'avere dei figli (l'essere attivi nella Chiesa) ha impresso nella mia mente delle lezioni per i cui insegnamenti io non posso non essere grato. Per la maggior parte si è trattato di lezioni sulle difficoltà e le costrizioni. La maggior parte di ciò che io sono costretto ad imparare su me stesso non è piacevole. La mia dignità di essere umano dipende più dal tipo di marito e genitore (membro della chiesa) che io sono che da ogni altro incarico professionale che sono chiamato a svolgere. I legami con la mia famiglia (la mia chiesa) impediscono a me e anche a mia moglie di cogliere molte opportunità. E proprio queste non sembrano dei legami ma sono, lo so, la mia libertà. Mi costringono ad essere un essere umano diverso nel modo in cui voglio veramente e di cui ho bisogno. Porto testimonianza che la Chiesa può creare per noi le stesse situazioni frustranti e umilianti, ma che alla fine ci portano libertà e redenzione, se noi sapremo considerarle così come Novak fa con il matrimonio, se sapremo capire che i suoi attacchi al nostro io solitario, i suoi legami e responsabilità, che noi accettiamo consciamente, ci costringono a diventare persone diverse nel modo in cui noi veramente (intimamente) vogliamo e di cui abbiamo bisogno. Due sono le chiavi di questo potere paradossale della Chiesa SUG: la prima è che, per rivelazione, è una chiesa laica e radicale più di ogni altra; la seconda è che organizza le sue congregazioni in modo geografico piuttosto che per preferenza. So che ci sono delle eccezioni, ma l'esperienza base nella Chiesa di quasi tutti i mormoni li porta direttamente e costantemente ad interagire, nell'ambito delle loro congregazioni, con persone e problemi che non vengono scelti principalmente da loro, ma che hanno un profondo potere di redenzione, in parte proprio perché non vengono scelti in modo cosciente. Sì, le ordinanze fatte nella Chiesa sono importanti tanto quanto i testi scritturali, le esortazioni morali e le condizioni spirituali. Ma anche queste, secondo la mia esperienza, possono redimere proprio perché le loro profonde e attive opposizioni lavorano in modo armonico con quelle opposizioni che operano attraverso la struttura della Chiesa per rendere vera e dare significato alla vita religiosa dei mormoni. In uno dei suoi ultimi messaggi durante una sessione del sacerdozio del sabato sera, il Presidente David O.McKay, il 5 ottobre 1968, lasciò una sorta di testamento finale che risultò abbastanza scioccante per molti di noi, convinti che i profeti non potessero avere dubbi sulle manifestazioni divine. Ci raccontò di quanto, durante gli anni dell'adolescenza, avesse inutilmente lottato perché Dio "mi dichiarasse la verità della rivelazione a J.Smith". Egli pregò "in modo fervente e sincero", sulla collina come a casa, ma doveva ammettere con sé stesso costantemente che "nessuna manifestazione spirituale si era rivelata a me". Egli però continuò a ricercare la verità e a servire gli altri nel contesto del mormonismo, inclusa la missione in Gran Bretagna, soprattutto per la fiducia che nutriva nei suoi genitori e per la testimonianza della propria personale esperienza. Alla fine, come Presidente McKay, ebbe la manifestazione spirituale per ciò che aveva pregato durante la sua adolescenza, manifestazione che fu la naturale conseguenza dell'adempimento del proprio dovere. Come l'Apostolo Giovanni dichiarò: "se uno vuol fare la volontà di Lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo da me stesso" (Giovanni 1:17). Dopo una serie di incontri tenuti a Glasgow in Scozia, ebbe luogo una delle più straordinarie conferenze del sacerdozio. Ricordo, come se fosse ieri, l'intensità dello Spirito in quell'occasione. Ognuno poteva sentire quanto forte fosse lo Spirito del Signore. Tutti i presenti erano un solo cuore e una sola mente.Mai prima avevo avuto una simile esperienza,.Ci fu una manifestazione per la quale, da giovane dubbioso, avevo pregato segretamente e molto scrupolosamente sia sulle colline che nei prati.. Durante la conferenza un anziano di sua propria iniziativa si alzò e disse:"Fratelli, in questa stanza ci sono degli angeli".Per quanto strano possa sembrare, l'annuncio non fu sorprendente, anzi sembrò del tutto appropriato, sebbene non fosse capitato a me di riconoscere la presenza di esseri divini. Io sapevo soltanto di essere oltremodo grato per la presenza del Santo Spirito. Avevo avuto molte conferme dalla testimonianza profetica data dal Presidente McKay nel suo sermone. Molte delle mie profonde manifestazioni spirituali, quelle che svilupparono le mie convinzioni più radicate, le ebbi in merito all'esistenza di Dio e Suo Figlio Gesù Cristo e il loro divino lavoro, così come i miei principali dubbi, lotte morali con le grandi espressioni umane di integrità personale contro le responsabilità pubbliche, fedeltà verso sé stessi contro la fedeltà verso la comunità, la libertà di redenzione contro le strutture di redenzione, tutto ciò è arrivato, come il Pres. McKay afferma "come naturale sequenza dell'osservanza del proprio dovere", nella Chiesa. Io so che Dio è stato trovato da persone inusuali in posti inusuali; con una visione improvvisa in un bosco o frutteto o grotta, o sulle montagne o in uno stanzino, nel sacro servizio ai lebbrosi in Africa o a Calcutta, Ma per molti di noi, per molte epoche, sono convinto che possa essere trovato sicuramente nella "naturale sequenza dell'osservanza delle regole che Egli ci ha dato e che tutti noi (non solo le persone speciali) possiamo rispettare nelle nostre case o vicinanze e che la Chiesa, nella sua unica comunità, imposta tanto quanto scelta, può meglio insegnarci e renderci capaci di osservare. Sono arrivato ad una straordinaria testimonianza della divinità del Libro di Mormon, tanto che lo Spirito mi tocca, fino alle lacrime, ogni qualvolta ne leggo una parte e la insegno poi nella Chiesa. Sono convinto che il libro fornisca le più complete nozioni cristologiche (dottrine di come Cristo ci salvi dal peccato) disponibili per noi sulla terra e che le testimonianze interiori sulla divinità del libro schiaccino completamente le prove e gli argomenti contro di esso, in ogni caso travagliati. Una domenica, la scorsa estate, mentre stavo cercando di salvare una giovane donna che aveva tentato il suicidio numerose volte, l'ultima proprio recentemente, e si sentiva profondamente inutile e provava un forte rifiuto di se stessa, fui spinto a leggerle alcuni passi del Libro di Mormon sull'Espiazione di Gesù Cristo. Mentre stavo leggendo questi passi a quella giovane donna disperata e portavo testimonianza di come la loro verità e potere mi avessero aiutato nei momenti di disperazione e peccato, le sue labbra iniziarono a tremare e nuovi sentimenti e lacrime di speranza sostituirono quelli di angoscia. In momenti come questi potevo, tramite la mia chiamata di vescovo, applicare il sangue espiatorio di Cristo non in teoria ma nella verità della pratica. In più ero arrivato a conoscere il ministero degli angeli perché avevo fatto le mie alleanze nel tempio e, quando possibile, ero andato alle dedicazioni dei templi. Avevo scoperto che noi mortali abbiano in verità il potere di benedire i nostri buoi e le nostre automobili tanto quanto le persone perché io ero presidente di ramo e, in quanto tale, ero stato spinto ai limiti della mia fede dal mio senso di responsabilità verso il mio ramo. Prima di essere chiamato presidente di ramo, avevo servito nel vescovato del rione di Stanford verso la metà degli anni '60 ed ero l'insegnante di Istituto di giovani meravigliosi. Al tempo stesso mi stavo graduando in letteratura inglese tentando di giungere intellettualmente a patti con il moderno scetticismo e relativismo, con i dilemmi morali dei diritti civili, i movimenti contro la guerra e le rivoluzioni educative dell'epoca. Tendevo a considerare moltissimo la religione in termini filosofici e grossolanamente morali dei quali il Vangelo a volte parla a volte no. Nel 1970 accettai una posizione di decano degli affari accademici a St.Olaf, un college luterano per le arti liberali nella piccola città di Northfield, nel Minnesota, e dopo una settimana dal mio arrivo fui chiamato presidente del piccolo ramo mormone di quella zona. Improvvisamente mi trovai in un mondo completamente diverso che mi provò individualmente e mi insegnò molto su ciò che è la "religione". A Stanford molto della mia vita religiosa consisteva nel capire e difendere il Vangelo ed era idealistica, astratta e critica. A Northfield, quale presidente di un ramo di venti famiglie sparse nel raggio di oltre 75 miglia - da coloro provenienti dallo Utah, agli inattivi con devastanti problemi familiari sino ai meravigliosi convertiti senza lavoro o con genitori alcolizzati dai quali avevano ricevuto solo percosse - mi trovai presto coinvolto in una vita religiosa che era pratica, specifica, fatta di sacrificio, anche esasperata ma di maggiore soddisfazione. E compresi, più chiaramente di prima, come la Chiesa sia vera come strumento di confronto per ogni tipo di persona grazie al processo di salvezza, nonostante (ma anche per questo!) i suoi dirigenti siano strumenti imperfetti come io lo sono. Penso ad un giovane uomo di quel ramo, menomato a causa di una serie di problemi mentali e familiari, incapace di esprimere parola in un gruppo o di organizzare la sua vita in modo produttivo. Quando gli demmo maggiori responsabilità nell'ambito del rione, supportandolo con tanto amore e pazienza mentre cercava di lavorare con gli altri e di esprimere se stesso, ebbi la possibilità di vederlo diventare un eccellente dirigente e un fidato marito e padre. Penso ad una donna, il cui marito alcolizzato aveva fatto della sua vita un inferno di abusi, ma che nonostante ciò aveva continuato a prendersi cura di lui, lavorando tutta la settimana per provvedere alla sua famiglia e venendo in Chiesa ogni domenica vestita in modo sobrio ma disinvolto e con paziente determinazione. Questa donna aveva trovato, con il nostro aiuto, una piccola speranza, un po' di bellezza ed idealismo e la forza non solo di sopportare ma di continuare ad amare ciò che amabile non è. La Chiesa benedice tutti noi facendoci incontrare l'un l'altro. Durante i cinque anni in cui servii, il rione contava 70-100 membri, dei quali forse due o tre avrei normalmente scelto come amici e con i quali avrei condiviso le mie convinzioni e pensieri politico-religiosi "importanti" e più sentiti, gli unici che mi avevano così coinvolto a Stanford. Con un'ispirazione molto al di là del mio di solito poco buon senso, io non iniziai il mio incarico come presidente di ramo predicando le mie idee e promovendo le mie crociate, ma mi sforzai di capire quelli che erano i problemi e le preoccupazioni più immediati del mio gregge per essere un buon pastore pronto ad assistere e proteggere i propri membri. Successe qualcosa di meraviglioso. In quel periodo percorrevo centinaia di miglia e impiegavo ore e ore per aiutare una coppia, chiusasi nell'assoluto silenzio, a ritrovare il dialogo, per guidare un giovane ad uscire dal tunnel della droga, per insegnare ad un autoritario militare a collaborare con i suoi consiglieri all'interno della presidenza del quorum degli anziani, per benedire un bambino gravemente malato chiedendo l'aiuto a suo padre debole nella fede e fortemente impaurito, per confortare, alle quattro del mattino all'ospedale, i genitori di un ragazzo rimasto ucciso in un incidente provocato dal fratello ubriaco ed aiutare poi il fratello stesso a dimenticare. Sei mesi più tardi scopersi che i membri del mio rione, inizialmente sospettosi nei confronti di un intellettuale che proveniva dalla California, avevano incominciato a sentire, in seguito alle loro personali esperienze, che la mia fede e devozione verso di loro erano in realtà "più forti delle corde stesse della morte". E, quanto promesso in DeA 121:44-46 si realizzò. In me fluiva "senza forzature" il potere di parlare di ogni mio pensiero e sentimento e potevo essere capito ed avere la fiducia anche da parte di chi non concordava con quanto affermavo. Ora, tutto questo potrà sembrare un po' interessato e anche ossessivo circa il contributo che la Chiesa ha dato alla mia maturità spirituale. Ma ciò che successe a me successe anche ad altri. Una giovane coppia che frequentava il ramo, era vissuta in Spagna per un anno dopo che la moglie si era unita alla chiesa. La loro esperienza nella chiesa, specialmente quella di lei, era stata orientata principalmente al Vangelo, un'esperienza profondamente sentita e idealistica, ma sostanzialmente astratta, che considerava molto poco il servizio agli altri. Lei era una donna austera e molto riservata, solare, creativa, ma al tempo stesso molto contenuta di fronte alle situazioni incontrollate o alle emozioni. Il marito era meticoloso, incuteva soggezione, molto riservato. Nonostante la loro resistenza li chiamai ad incarichi di grossa responsabilità e di diretto coinvolgimento con le persone del rione e li vidi, anche tra pene e lacrime, trasformarsi in persone emotive, vulnerabili, disponibili, in grado di capire, servire così come imparare e ricevere la fiducia da parte di persone completamente diverse da loro. E li vidi imparare che le tante esasperazioni, difficoltà, sacrifici e delusioni che caratterizzano il coinvolgimento in una chiesa laica come il mormonismo e che sono particolarmente difficili da accettare per i liberali idealisti, sono la fonte principale del potere della chiesa per insegnarci ad amare. Questa coppia ora sta insegnando agli altri ciò che ha imparato. Questa lezione - che i problemi tipici della Chiesa sono proprio la sua forza - ha trovato conferma costante quando servivo come vescovo di un rione di giovani studenti BYU sposati. Le due benedizioni più dirette, miracolose e piene di redenzione che il Signore ci diede, furono, in un rione riorganizzato tre anni prima, un bambino spastico tetraplegico in una famiglia e una coppia disabile in un'altra. Conoscevo la madre del bambino spastico da quasi un anno. Dopo averle parlato dell'espiazione durante una riunione sacramentale, lei era venuta da me per avere conforto e aiuto per la rabbia, l'angoscia e la perdita di fede che provava mentre tentava di capire l'errore da parte dell'ospedale che aveva trasformato uno dei suoi gemelli in un disperato carico fisico, emotivo ed economico, che aveva causato l'interruzione degli studi e della promettente carriera di suo marito e che aveva più volte messo alla prova il loro matrimonio e a rischio la loro fede nel potere del sacerdozio, lasciandola infine completamente distrutta e in apostasia. Mentre pregavo per avere la guida nell'organizzazione di un nuovo rione sentii, tanto chiaramente quanto mai prima avevo sentito, quella "luce nella mente" di cui parla J.Smith, che mi diceva che avrei dovuto, anche se in contrasto con il senso comune, chiamare questa sorella come Presidentessa della Società di Soccorso. Lo feci, e nonostante fosse sul punto di uscire dalla chiesa, lei accettò. Divenne la fonte principale di quello spirito unico di onesta comunicazione e genuina comunione che divennero la forza del nostro rione. Visitava le famiglie e condivideva senza riserve i propri sentimenti, problemi, successi e bisogni. Assieme a suo marito parlava apertamente nelle nostre riunioni di suo figlio, dei suoi problemi e dei propri personali problemi, chiedendo aiuto ed accettandolo, divenendo così nel tempo una persona piena di dignità e tolleranza. Da lei e suo marito tutti noi imparammo come essere più disponibili, sinceri, gentili e perseveranti, come rivolgerci gli uni agli altri per aiutarci in ogni modo e non per giudicarci. Incontrai per la prima volta la coppia disabile mentre stavo girando per le aule del nostro rione durante una prima domenica del mese. Questa coppia non faceva parte del nostro rione, perché apparteneva ad un'altra zona ma, sono certo, che fosse lì perché così voleva il Signore. Questo fratello e questa sorella ci avevano richiesto un maggior impegno, maggior sostegno, pazienza e tolleranza mentre li aiutavamo ad ottenere senza debiti un alloggio dignitoso che fosse adatto al loro vivace ed energico bambino e tentavamo di far sì che fossero meno "invadenti" durante le riunioni e non fossero di troppo "fastidio" alle persone. Due sono le lezioni che ho imparato: primo, la struttura e le risorse della Chiesa (che sono destinate a sforzi volontari, collaborativi ma disciplinati con obiettivi non immediati, essenzialmente spirituali) sono state idealmente sviluppate per offrire il supporto necessario a coloro i quali, pur avendo già successo nell'avere la propria famiglia unita, potrebbero ottenere ulteriori benedizioni sviluppando un maggior progresso spirituale. Secondo, le benedizioni arrivarono tanto al rione quanto a questa coppia in quanto avevamo imparato a comportarci in modo "accettabile" e soprattutto avevamo imparato a sviluppare la nostra capacità di amare, servire e imparare da persone che non avremmo potuto conoscere in altro modo. Una sorella mi chiamò per riferirmi dei suoi sforzi nel cercare di insegnare alla sorella disabile il modo in cui tenere in ordine la casa ed educare i figli. Confessandomi i suoi precedenti risentimenti ed esasperazioni, mi disse tra le lacrime quanto il suo cuore si fosse addolcito e il suo "collo duro" si fosse piegato quando aveva imparato come imparare da questa sorella così diversa da lei. Questi sono, credo, gli esempi di cui parlava Paolo in I Corinzi 12, il meraviglioso capitolo sui doni spirituali, dove insegna che tutte le parti del corpo di Cristo, la Chiesa, sono necessarie proprio perché diverse nei talenti. Infatti, proprio coloro con doni "meno onorevoli" e "meno convenienti" sono più necessari e hanno maggior bisogno di considerazione, proprio perché il mondo considera e utilizza "altri" talenti. Nella Chiesa ci sono coloro che con i "doni" della vulnerabilità, del dolore, handicap, bisogno, ignoranza, arroganza intellettuale, orgoglio sociale, anche il pregiudizio e il peccato - quelli che Paolo chiama i membri che "sembrano essere più deboli" - possono essere da noi accettati, e noi possiamo imparare da loro, possono essere aiutati e resi parte del corpo in modo che tutti noi assieme si possa essere benedetti. Quelli di noi con i doni, che il mondo considera "più convenienti", della ricchezza e dell'intelligenza possono imparare ciò di cui abbiamo più bisogno: a servire , ad amare e ad imparare pazientemente da coloro che posseggono altri doni. Ma questo, per il "ricco" e per il "saggio" è molto difficile da fare. E proprio per questo coloro che hanno uno di questi pericolosi doni tendono a non comprendere e talvolta a disprezzare la Chiesa che, dopo tutto, è fatta da persone comuni, peccatori, dalla classe media, politicamente non sofisticata, anche dal pregiudicato e dall'uomo medio. E tutti noi sappiamo quanto possano essere esasperanti! Sono convinto che nell'esasperazione si trovi la nostra salvezza. Se riusciamo a distaccarci dal contesto che emerge più di tutti, la Chiesa potrà essere la nostra scuola per riuscire ad amare incondizionatamente. Ma questo richiede un cambio di prospettiva, che ora vorrei qui di seguito riassumere. La Chiesa è tanto vera quanto e forse più del Vangelo perché è il luogo in cui tutti possono trovare una fertile opposizione, dove la sua natura rivelata e guida ispirata mantengono un'opposizione tra valori liberali e conservativi, tra fede e dubbio, autorità sicura e libertà pericolosa, integrità individuale e responsabilità pubblica e tutto questo dove ci sarà sempre la miseria quanto la santità, il male quanto il bene. E se non siamo in grado di affrontare la miseria e le difficoltà, se preferiamo che la Chiesa sia facile, perfetta e priva di sfide , fatta di costanti e insistenti critiche alla diversità delle persone che noi trasformiamo in ordinanze e istruzioni e facciamo nostri insegnamenti che incarnano paradossi irrisolvibili da un punto di vista logico, se rifiutiamo di abbandonarci con cuore puro in questo tipo di scuola, allora non conosceremo mai la verità redentrice della Chiesa. E' proprio nella difficoltà di essere obbedienti mantenendo l'integrità, di avere fede restando fedeli alla ragione e all'evidenza, di servire e amare a dispetto delle imperfezioni e anche delle offese, che potremo ottenere l'umiltà di cui abbiamo bisogno per permettere al potere divino di entrare nella nostra vita in più modi. Forse il paradosso più sorprendente che riguarda la Chiesa è che in essa il divino e l'umano coesistono - tramite il servizio del sacerdozio, le ordinanze, i doni dello spirito - in modi concreti che non potrebbero mai essere sistemi di idee astratti. Il mio scopo qui non è stato quello di ignorare i molti reali problemi della Chiesa o il potere delle verità del Vangelo. Ho cercato di indicare tutto assieme; la forza paradossale della Chiesa deriva dai paradossi pieni di verità del Vangelo che essa incarna, con le cui contrarietà noi abbiamo bisogno di lottare più profondamente. Non dobbiamo semplicemente accettare le difficoltà e le esasperazioni della Chiesa come elementi di redenzione, ma semplicemente tentare di trovare delle soluzioni dove possibile e ridurre le esasperazioni non necessarie. (Infatti, è solo quando afftrontiamo i problemi non semplicemente come esercizi mentali, ma come problemi che necessitano di una soluzione, che questi risultano essere elementi di redenzione). Ma, oltre alla nostra sensibilità di fronte ai problemi, dobbiamo anche, credo, avere più rispetto per la verità delle azioni e delle esperienze, alle quali la Chiesa ci espone in modo unico, e rispondere con coraggio e creatività, essere membri del corpo di Cristo attivi e uniti, critici sì, ma pieni di fede, con dei dubbi, ma con ferme certezze e voglia di lottare. Per fare questo dobbiamo accettare la Chiesa come vera sotto due punti di vista molto importanti. Primo, è la depositaria delle verità di salvezza e dell'autorità di eseguire le ordinanze. Tuttavia queste verità sono difficili da ridurre a semplici proposizioni, prese assieme motivano la propensione a servire, cosa che rende possibile la scuola di redenzione che ho descritto. Il concetto mormone di un Dio non assoluto in costante progresso, per esempio, anche se non riducibile al credo o addirittura alla teologia comune, è il più ragionevole che sia mai stato rivelato o espresso, pieno di sfide ma anche pienamente soddisfacente dal punto di vista emozionale. E, anche se questo concetto non è da tutti compreso allo stesso modo, rimane comunque vero. Un amico dubbioso una volta mi fece notare che "l'idea di progresso eterno è così inculcata nella nostra chiesa che nessun'altra asserzione o serie di asserzioni potrebbe estirparla", il che naturalmente avvalla il mio punto principale riguardo l'originale verità della Chiesa. Inoltre, il potere delle ordinanze, comunque vero e divinamente autorizzato, è limitato alla qualità della nostra partecipazione e preparazione. Così, essere battezzati, essere ordinati, partecipare al sacramento, ricevere le ordinanze possono semplicemente essere, ciò che Moroni chiama "opere morte", un'offesa a Dio e prive di valore , a meno che non siano una genuina espressione della nostra solidarietà con gli altri (vivi e morti) e una sincera risposta alla comunione dei santi, questa è la Chiesa. Ma un unico punto di vista può non essere sufficiente e io ho fatto notare come la Chiesa sia vera in un altro modo che è troppo trascurato: oltre ad essere depositaria di principi di verità e dell'autorità, essa è lo strumento fornito da un Dio che ci ama e vuole aiutarci a diventare come Lui. Ci fornisce insegnamenti ed esperienze che possono unirci l'un l'altro insieme nell'ambito di una comunità amorevole e onesta che rappresenta il luogo di nutrimento essenziale per la nostra salvezza. Se non siamo pronti ad accettare la Chiesa e le sfide che essa offre con la disponibilità, il coraggio e l'umiltà richiesti allora, credo, che i nostri studi storici e le nostre imprese teologiche rimarranno semplicemente una perdita di tempo diventando addirittura distruttivi. Non possiamo capire il pensiero della storia del mormonismo o giudicare la verità del Vangelo restaurato da Gesù Cristo se non siamo in grado di apprezzare e mettere in atto la verità della Chiesa.

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