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Se leggiamo la Genesi prestando
particolare attenzione ai termini ebraici
usati dallo scrittore possiamo trarre insegnamenti
molto più significativi
di quanto si possa fare leggendo solo la versione
in lingua italiana. La
lingua ebraica usava lettere dell'alfabeto che avevano
ciascuna un proprio
significato culturale e mistico, per cui la somma
di varie lettere per
formare una parola corrispondeva in italiano alla
formazione di una frase,
fatta di parole, ciascuna delle quali possiede un
senso proprio. Se si
trascura il senso proprio delle lettere si perde
il senso più profondo del
racconto della Genesi. Ecco alcuni esempi.
Barah (Creare).
Questo termine ebraico indica letteralmente "Trarre
qualcosa di concreto da
una idea astratta" o anche "rendere visibile
qualcosa partendo da elementi
invisibili". L'idea di creare dal nulla venne
fatta derivare dal primo
significato, ma in realtà l'atto del creare
di Dio è più simile a quello di
un muratore che costruisce una casa in base ad una
sua idea astratta, usando
elementi basilari di molto inferiori alla casa, come
i mattoni.
Nel Libro di Abramo la creazione viene descritta
in due fasi: una creazione
spirituale, una sorta di formazione di uno stampo,
un modello fatto di
materia spirituale, più sottile ed invisibile.
Ed una successiva creazione
fisica, materiale, per dare concretezza fisica alle
creazioni spirituali.
Il termine Barah in effetti descrive entrambe queste
azioni: fabbricare
qualcosa che prende la forma di una precedente cosa
spirituale, organizzando
elementi di base disorganizzati. La stessa cosa che
avviene ogni volta che
nasce un fiore.
Elohim (Dio).
Splendido termine che racchiude significati molto
più ricchi di quelli
insiti nella traduzione italiana "Dio" che
deriva dal sanscrito DIV ed
indica Luce. Si tratta della forma plurale del termine
Elohà che a sua volta
è
composto dall'unione di due radici antiche. El e
Hoa. Hoa è l'antica
radice che indicava L'Essere Supremo, Colui che esiste
di per sé, che non è
generato ma ha vita in se stesso. Il prefisso El
corrisponde al nostro
Colui, indicando la persona in senso astratto. "Colui
che ha vita in sé" è
quindi il significato del termine Eloha. Messo nella
forma plurale, il
termine Elohim assume il senso di "Coloro che
hanno vita in se stessi" cioè
che sono la Fonte della Vita. E tuttavia il verbo
abbinato al soggetto è al
singolare, come sarebbe in italiano se dicessimo "Coloro
che hanno vita in
sé creò i cieli e la terra".
Scartando l'idea che si tratti di un errore di grammatica
da parte dello
scrittore (insostenibile data l'importanza del testo)
non resta che
attribuire a questa discrepanza un senso voluto.
Nella lingua italiana
usiamo il verbo al singolare con un soggetto plurale
in casi particolari:
"
La mandria si spostò lentamente". La
mandria è un termine che indica una
pluralità di soggetti, ma che possono essere
descritti come una unità. Il
verbo al singolare costringe a ritenere Elohim un
nome collettivo, una
pluralità che è anche una unità.
Coloro che hanno vita in sé sono quindi una
Coppia, una unità formata da due singoli,
come suggerisce la creazione di
Adamo ed Eva.
Adamo a immagine di Dio
Quando Elohim decide di creare l'uomo (il verbo usato
nella Genesi per la
creazione dell'uomo è lo stesso usato per
descrivere la creazione dei cieli
e della terra) dice: "Facciamo Adam a nostra
immagine e conforme alla nostra
somiglianza". Il verbo qui è al plurale:
dato che in ebraico il plurale
maiestatico non esiste, non possiamo pensare che
Elohim sia una persona che
parla a se stessa. Si tratta di un componente della
coppia che parla all'
altro componente, e dice: "Facciamo Adam come
siamo fatti noi". Il nome Adam
è
un termine collettivo che indica gli Umani.
Il termine tradotto con Immagine è Zèlem
ed ha un significato plastico; una
statua ha la stessa immagine della persona che rappresenta;
lo specchio
riflette le stessa immagine di chi si guarda. Una
parola moderna potrebbe
essere Forma.
Il termine tradotto con Somiglianza è Demut
ed ha un significato astratto;
un pettine di legno ha la stessa sostanza di un bastone
di legno, anche se
ha forma diversa. Un termine moderno potrebbe essere
Sostanza. Dio disse:
"
Facciamo gli Umani con la nostra forma e con la nostra
sostanza". E Dio
fece gli Umani maschio e femmina, capaci di pensare
e di scegliere
liberamente.
Adamo ed Eva
La prima descrizione di queste due parti dell'Adam
originale è tradotta con
"
maschio e femmina" ma i termini ebraici dicono
molto di più di quanto
questi termini dicano in italiano. Zachar (maschio)
deriva da una radice
antica che indica ciò che è evidente,
esteriore, attivo. Nekebah (femmina)
deriva da una radice che indica ciò che è nascosto,
interiore, passivo.
Altri due nomi vengono usati per descrivere Adamo
ed Eva: Ish ed Ishà. La
radice Ish significa "iniziare, dare forma,
seminare" ed aggiungendo la
desinenza Ah si ottiene "ciò che procede
da Ish" cioè "cioè che porta
a
compimento quanto seminato". Anche in questa
collaborazione, prima viene il
progetto e poi viene la sua attuazione pratica, fino
a formare figli che
riempiano la Terra.
Parlando di nomi propri la Genesi chiama Adam l'uomo
e Hewa la donna.
Adam è lo stesso termine usato prima come
collettivo, e deriva da una radice
che indica ciò che è omogeneo, un insieme
di molte parti che si assimilano
fra loro. Anche l'Adam persona è un collettivo,
qualcosa composto da varie
componenti.
Hewa è il nome dato alla donna e deriva dalla
radice del verbo Essere,
proprio come il nome di Dio Yawhè. Significa
letteralmente Base della Vita,
come è specificato dalla spiegazione "perché è la
madre di ogni vivente".
Il Settimo Giorno
Dopo sei giorni di creazione Dio si riposa nel settimo
giorno. Il termine
usato nella Genesi per indicare il lavoro da cui
Dio si astiene nel settimo
giorno è Mela'kà che ha sempre un significato
di lavoro comandato, eseguito
su ordini altrui. L'istituzione del Giorno di Riposo è fissata
attribuendo
al Dio Creatore un lavoro comandato, eseguito per
adempiere ad un incarico
ricevuto. Nel giorno di riposo anche Dio si astenne
dal lavorare, e l'uomo è
quindi invitato a riposare. Il racconto della creazione
non è un atto
singolo ed arbitrario fatto da un Dio unico abitante
dell'universo; è
piuttosto un compito complesso progettato, eseguito
e portato a compimento
da una pluralità di soggetti, tutti accomunati
nel termine Elohim, fra i
quali esistevano relazioni gerarchiche.
Nel vangelo di Giovanni viene spiegato che "Nel
principio era il Logos (la
Parola concreta) ed il Logos era presso Dio, ed il
Logos era Dio. Ogni cosa
fu creata per mezzo di Lei". Nella Divinità c'erano
il Logos e Colui che lo
incaricò di creare ogni cosa. La Genesi usa
due termini per chiamare le due
Persone della Divinità: Elohim e Yawhè.
Agirono insieme nella creazione, uno
Progettista e Mandante, l'altro Esecutore e Mandatario.
Il Giardino di Eden
La traduzione chiama Giardino il termine Gan e lascia
non tradotto il nome
Eden, come se si trattasse del nome di un luogo,
come a dire Piazza
Garibaldi. Ma in ebraico questi due termini Gan Eden
hanno significati molto
interessanti ed illuminanti.
Gan è invero un recinto, uno spazio separato
dal resto, come avviene per un
giardino che è circoscritto da un recinto.
Il termine Giardino va quindi
bene se lo si intende come "spazio separato
dal resto e da esso diverso".
Il termine Eden deriva da una radice che indica ciò che
ha dei limiti, dei
confini fissati che non possono essere oltrepassati.
Il Giardino di Eden è
quindi un luogo specifico, circoscritto, nel quale
ci sono limiti e confini
che fuori dal recinto non esistono. È una
sorta di nicchia nell'universo
dove esistono limiti precisi di spazio e di tempo.
Dio pone gli Umani all'
interno di questa nicchia.
L'albero della conoscenza
Il termine Hetz tradotto con Albero non indica solo
un albero, ma tutto ciò
che produce frutti elaborando in sé nutrimenti
ed energie tratti dall'
esterno, come fa l'albero che trae elementi dalla
terra tramite le radici,
ed energia dal sole mediante le foglie, e le usa
per produrre fiori e
frutti. Abbinato al termine Ha-dahat (conoscenza)
questo albero non può
essere una normale pianta; Dahat deriva da due radici
che indicano Mano e
Pelle e può essere tradotto letteralmente
con "la mano sulla pelle".
Conoscere non è una attività del pensiero,
nella Genesi, ma una esperienza
congiunta fra i sensi fisici e la mente astratta.
Per conoscere qualcosa la
si deve toccare con il corpo e con la mente. L'albero
della conoscenza è
quindi un tipo di vita che usa l'esperienza fisica
come strumento per
accrescere la scienza intellettuale dell'uomo e per
produrre frutti mediante
una interna elaborazione. Non è solo "coltivare
il suolo" ma scoprirne le
leggi mediante l'esperienza e creare frutti nuovi.
Il frutto proibito
Sebbene la tradizione cristiana abbia individuato
in questo simbolo l'atto
sessuale, che Dio avrebbe proibito e che Eva avrebbe
deciso di assaggiare,
seducendo Adamo, il testo della Genesi letto in ebraico
insegna concetti
assai diversi.
Nel proibire il frutto Dio spiega ad Adamo che "nel
giorno in cui ne
mangerai una parte come cibo, morirai la morte".
E dopo la disobbedienza Dio
spiega al trasgressore che "il suolo sarà maledetto
per quanto ti riguarda;
con penosa fatica ti ciberai da esso per tutti i
giorni della tua
vita.finché tornerai nel suolo". Il prezzo
per vivere il tipo di vita basato
sull'esperienza diretta liberamente scelta sono la
morte e il dolore. Adamo
viene escluso dall'Albero di Vita e deve passare
attraverso l'esperienza
della morte. D'altra parte Dio ammette che "adesso
Adam è diventato come uno
di noi, conoscitore del bene e del male" mostrando
che quella era la strada
giusta da scegliere se Adam voleva progredire da
suo stato di "manutentore"
per avvicinarsi a quello di "creatore". |