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I 12 cesari

Cesare dittatore
Si dice che fosse, alto, ben proporzionato e di colorito chiaro. Aveva il viso troppo pieno e gli occhi neri e vivaci. Godeva di ottima salute, ma negli ultimi tempi soffriva di svenimenti e di incubi notturni: due volte, mentre svolgeva la sua attività, fu anche colto da attacchi epilettici. L'estensione dei domini di Roma Cesare era padrone di Roma: si fece conferire la dittatura e anche la praefectura morum, propria dei censori, per dieci anni e iniziò una vasta opera di riforma dello Stato. Completò l'allargamento della cittadinanza estendendola ai Galli dell'Italia Transpadana, restituì i tribunali al Senato e ai cavalieri, limitò il lusso, restrinse l'elenco dei proletari che avevano diritto alle distribuzioni gratuite di frumento, attuò un largo piano di colonizzazione in Italia e fuori d'Italia (nella Gallia Narbonese, in Africa dove fu ricostruita Cartagine, in Grecia con la ricostruzione di Corinto); riformò il calendario portando anche gennaio, agosto e dicembre a 31 giorni e a 30 aprile, giugno, settembre e novembre, formando così l'anno di 365 giorni, ai quali veniva aggiunto il 3660 ogni quattro anni (anno bisestile). Per l'attuazione delle riforme e per la sistemazione del dominio romano, Cesare disponeva di una grande potenza materiale basata sull'esercito e di un ascendente morale senza limiti. Rispettoso del potere politico della plebe, conservò all'assemblea plebea (i comizi tributi) il diritto di nominare i tribuni e gli edili e di promulgare plebisciti; ma tolse al popolo il diritto di associazione, abolendo le corporazioni artigiane. Pensò che fosse urgente assicurare la giustizia amministrativa nelle province, eliminando ogni abuso di funzionari, per mezzo della legge de repetundis, che conservò valore fino a Giustiniano. Favorì l'elevazione graduale delle popolazioni per giungere a un livellamento fra l'Italia e il mondo romano, ma era persuaso che alle province orientali si dovesse lasciare il loro carattere culturale greco, mentre l'opera di romanizzazione doveva attuarsi in Occidente. Le province furono portate a diciotto, dieci in Occidente (Sicilia, Sardegna e Corsica, Gallia Cisalpina, Illirico, Gallia Narbonese, Gallia Comata, Spagna Citeriore, Spagna Ulteriore, Africa Vetus, Africa Nova) e otto in Oriente (Macedonia, Acaia ed Epiro, Creta, Asia, Bitinia e Ponto, Cilicia e Cipro, Siria, Cirenaica), sotto il governo di due consoli uscenti di carica e di sedici ex-pretori scelti col consenso del dittatore. Ma mentre Cesare stava preparando una spedizione contro i Parti per vendicare la sconfitta di Crasso, i capi dell'opposizione, Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, congiurarono contro di lui: Cesare fu ucciso nella Curia il 15 marzo del 44 a. C.

da Svetonio (Vite dei Dodici Cesari)

Augusto (27 a.C.-14 d.C.)

D'inverno si riparava dal freddo con una grossa toga e quattro tuniche, e portava la camicia e la maglia di lana, e delle fasce attorno alle cosce e ai polpacci. D'estate dormiva con le porte della camera da letto aperte, e spesso anche nel peristilio, vicino a uno zampillo d'acqua, o facendosi far vento da qualcuno. Però, anche d'inverno, non poteva sopportare il sole, e no, passeggiava all'aria aperta senza cappello, nemmeno in casa propria. Ottaviano preso l'imperium militiae e il titolo di Augusto nel 27 a.C. (vedere: Istituzione Augustea) iniziò il riordinamento e all'assetto dell'Impero quindi, preoccupato di assicurare la pace all'interno e di dare confini più sicuri allo Stato, dovette affrontare varie guerre e sollevazioni in Egitto e nella Spagna. Lunga, ma relativamente facile fu la conquista del confine alpino in Italia: nel 24 a. C. le tribù semi selvagge dei Salassi nella valle della Dora Baltea furono domate e vi fu dedotta la colonia militare di Augusta Pretoria (Aosta). Nel 16 a. C. fu ridotto a provincia il Norico; l'anno dopo ebbero la stessa sorte la Rezia e la Vindelicia; nel 14 fu la volta della regione delle Alpi Marittime. Maggiori difficoltà presentò la conquista del confine sul medio e basso Danubio, dove solo nell'8 a. C. la Pannonia potè essere sottomessa; nel 6 a. C. Tiberio cominciò la conquista della Boemia, così detta dai Galli Boi che l'avevano occupata; ma l'impresa fu interrotta da una ribellione della Pannonia, che fu risottomessa solo dopo tre anni e ridotta a provincia romana. A oriente di essa divenne provincia anche la Mesia. Oltre la linea del Reno i Germani continuavano nei loro tentativi di varcare il fiume con sconfinamenti e aggressioni a mercanti romani: Augusto alla fine decise una serie di azioni per porre termine a queste incursioni. Il confine del Reno era troppo prossimo alle Gallie e troppo debole per una difesa effettiva: bisognava perciò passare all'offensiva, obbligare le tribù germaniche a fare atto di sottomissione e raggiungere il confine dell'Elba. Ne derivò una guerra lunga e complessa che costò all'Impero gravissimi sacrifici di uomini e mezzi. Druso diresse con perizia la prima fase della conquista, ma venne a morte nell'anno 9 a. C. appena raggiunto l'Elba. Il nuovo confine poteva dirsi acquisito, ma non era fortificato e Arminio, capo della tribù dei Cherusci, riuscì ad attirare in un agguato nella selva di Teutoburgo Quintilio Varo, le cui legioni furono distrutte (9 a. C.). La gravità del disastro indusse forse Augusto a rinunziare alla rivincita e al proposito di estendere oltre il Reno il confine dello Stato romano, lasciando così incontrollate le tribù dell'Europa centrale. In oriente Augusto evitò la guerra contro i Parti ottenendone, per via diplomatica, la sottomissione, mentre il regno vassallo della Galazia fu trasformato in provincia romana, ampliata poi con i territori del Ponto. Nella Palestina fu favorita dapprima la formazione di un forte stato vassallo sotto Erode, un idumeo convertito al giudaismo; alla sua morte, nel 4 a. C., lo stato fu diviso in tre parti e nel 6 d. C. anche la Giudea divenne provincia romana. Augusto non ebbe discendenti diretti maschi e gli premorirono gli amici più cari, tra cui Agrippa, che si era associato al potere, e i nipoti prediletti. Alla fine, dopo contrastate vicende, adottò nel 4 d. C. Tiberio Claudio, figlio di primo letto della sua terza moglie Livia Drusilla, e gli conferì la potestà tribunicia per un decennio; nel 13 d. C. gliela rinnovò unendole l'imperium proconsulare: Tiberio fu così il suo successore designato. Nel 14 d. C. Augusto, che continuava a governare il vasto impero nonostante i suoi 76 anni, volle accompagnare Tiberio, mandato a riordinare l'illirico, fino a Benevento. Al ritorno, colpito da grave infermità, dovette fermarsi a Nola, dove spirò il 19 agosto. Scompariva con lui una delle figure più complesse della civiltà romana, alla quale diede un'impronta che doveva durare lungo tempo.

da Svetonio (Vite dei Dodici Cesari)

Tiberio (14-37 d. C.)
Nel suo ritiro di Capri fece anche arredare con divani un locale apposito, quale sede delle libidini segrete; lì dentro, dopo essersi procurato in ogni dove greggi di ragazze e di invertiti, assieme a quegli inventori di accoppiamenti mostruosi che egli stesso aveva chiamato "spintrie, li faceva unire in triplice catena , e li costringeva a prostituirsi fra loro in ogni modo, in sua presenza, allo scopo di rianimare, con il loro spettacolo, la virilità in declino Alla morte di Augusto, Tiberio, riconosciuto come nuovo signore, si mostrò titubante a sobbarcarsi l'enorme fardello di responsabilità del governo, che ben poteva valutare a causa dell'esperienza fatta come coreggente. Solo dopo le ripetute insistenze del Senato assunse la carica, ma rinunciò al prenome di Imperator e al titolo di Pater Patriae. Mandò il figlio Druso in Illiria e propose di concedere l'impero proconsolare al figlio di Ottavia, Germanico. Restavano aperti gravi problemi. Augusto aveva trasformato l'Impero romano e creato un potere unico superiore fondato sulle capacità e sul suo ascendente personale: bisognava ora trovare un sistema che garantisse la successione imperiale senza lotte e sconvolgimenti. D'altra parte i due elementi (aristocrazia senatoria ed esercito, formato da piccola borghesia e proletariato) su cui poggiava il sistema augusteo non si erano ben amalgamati tra loro, mentre esisteva fra l'Italia, che aveva il primato nell'Impero, e le varie province un certo contrasto derivante dalla disparità del trattamento. A tutto ciò bisognava aggiungere la tendenza del Senato e dei pretoriani a far valere la propria autorità. Tiberio accentuò all'interno l'autorità del Senato, dal quale volle intima collaborazione, portando in questo consesso la discussione delle questioni più importanti e attribuendogli il diritto di eleggere i magistrati. Furono anche soppressi i comizi, secondo l'incarico avuto da Augusto, sicchè il Senato da questo momento divenne l'unico corpo elettorale di Roma. Libero di iniziare la sua politica estera, l'erede presuntivo Germanico potè compiere dal 14 al 17 d. C. una serie di spedizioni in Germania, per rialzarvi il prestigio delle armi romane scosso dalla sconfitta di Varo: nell'anno 16 Arminio fu battuto e ucciso nella pianura di Idistaviso ma, nonostante la vittoria, i Romani non poterono realizzare la sottomissione dei popoli germanici fino all'Elba. Subito dopo Germanico fu richiamato da Tiberio e, celebrato il trionfo, venne mandato in Oriente, dove nel 19 d. C. venne a morte, forse di veleno. Dopo alcuni anni di governo e di buona amministrazione specialmente finanziaria, Tiberio si abbandonò ad atti di violenza e ministro del suo dispotismo divenne il prefetto del pretorio Elio Seiano. Fu l'errore più grave di Tiberio l'aver accordato la sua fiducia a questo uomo senza scrupoli, lasciato a Roma a spadroneggiare mentre egli viveva nel ritiro della sua residenza a Capri. Seiano aspirava a succedere a Tiberio, e cercò di eliminare coloro che gli davano ombra, a cominciare dall'unico figlio di Tiberio, Druso, morto di veleno il 23 d. C. Sette anni dopo Tiberio si associò Seiano nel potere proconsolare; ma l'audace ministro volle affrettare la successione cospirando contro l'imperatore. Questi, benché tardi, si persuase delle colpe di Seiano e lo fece condannare a morte dal Senato. Dalla strage quasi totale della famiglia imperiale, organizzata da Seiano, era scampato il figlio di Germanico Gaio, soprannominato Caligola (da caliga, il calzare dei soldati che egli portava da piccolo). Tiberio si prese cura di lui, e quando a 78 anni venne a morte lo lasciò come suo successore senza indicarlo esplicitamente (37 d. C.).

da Svetonio (Vite dei Dodici Cesari)

Caligola (37-41 d. C.)
Era di statura alta, di corpo enorme, di colorito livido, con collo e gambe gracilissime, occhi incavati, tempie strette, fronte larga e torva, capelli radi, completamente calva la sommità del capo, irsuto il resto del corpo ... Ad arte rendeva ancor più brutto il suo viso, già orrido e tetro per natura, studiando davanti allo specchio espressioni che ispirassero terrore e orrore.

Tiberio lasciava un dominio forte e finanziariamente ordinato; erano invece piuttosto tesi i rapporti fra potere imperiale e Senato in conseguenza del crudele governo degli ultimi anni. I senatori, non vincolati da alcuna precisa designazione di Tiberio e sperando Caligola favorevole alla loro autorità, si affrettarono ad accettarlo come successore, ma il nuovo imperatore si rivelò incline a instaurare una monarchia assoluta, su modello orientale, con l'introduzione, fra l'altro, del culto divino del sovrano e dei suoi familiari. Si aggravò così l'urto col Senato, reso più acuto dalle eccessive spese che compromettevano la stabilità del bilancio. Nel 37 o nel 39 Caligola fu colpito da una grave malattia che gli sconvolse la mente e segnò l'inizio del peggioramento del suo governo. Nel 38 ruppe col Senato, che del resto subì passivamente, mentre mantenne invariati i rapporti coi magistrati. Riformò i collegi sacerdotali e iniziò il sistema di imporre il suo culto secondo il concetto orientale di sovrano; non va accettato però tutto ciò che di assurdo scrissero gli antichi, specialmente gli Ebrei, intorno alle sue velleità divine. Alla crescente impopolarità credette di poter rimediare con la politica estera, organizzando una spedizione per la conquista della Britannia e un'azione contro i Germani, senza nulla concludere. Contro di lui, durante il suo impero, vennero ordite parecchie congiure, alcune delle quali furono scoperte e represse, ma quella organizzata da un tribuno dei pretoriani, Cassio Cherea, riuscì a sorprenderlo e a ucciderlo (24 gennaio del 41 d. C.), a ventotto anni.
da Svetonio (Vite dei Dodici Cesari)

Claudio (41-54 d.c.)
Non gli mancò né l'autorità né la dignità del portamento, sia che fosse in piedi che seduto, e principalmente quando riposava. Era infatti di corporatura alta e non magra, aveva bei capelli bianchi, il collo robusto, e una figura prestante. Ma quando camminava, le ginocchia malferme spesso gli si piegavano sotto, ed egli si prestava a molte critiche sia quando scherzava che quando era serio. Alla morte di Caligola non restava nessuno della famiglia Giulia che potesse assumere il potere e, mentre Senato e congiurati avevano sperato di ristabilire il governo repubblicano, i pretoriani provvidero senza indugio alla successione, proclamando imperatore Claudio, fratello di Germanico. Cagionevole dì salute e di carattere timido, alieno dalla politica e chiuso nei suoi studi, non era stato adottato ne da Tiberio ne da Caligola, e quindi non era passato, come il fratello, nella famiglia Giulia, ma era rimasto nella famiglia equestre dei Claudii. I pretoriani costrinsero il Senato a riconoscerlo imperatore: aveva 51 anni e la tradizione, sulla quale la moderna storiografia pone però molte riserve, ce lo presenta ora sanguinano e venale, ora debole e quasi deficiente, in balia della moglie Messalina (il cui nome rimase simbolo di sfacciata corruzione), di Agrippina Minore e di liberti, come Pallante, Callisto e Narciso, abili ed energici, ma quasi padroni dell'Impero. In realtà fu un uomo meditativo, dotato di buon senso, e dimostrò come imperatore energia e serietà nell'adempimento dei suoi doveri. La morte violenta di Caligola provava che era sbagliato il programma di imporre a Roma la monarchia assoluta; Claudio dichiarò quindi di riprendere la politica di Augusto favorevole al Senato, restaurò la censura, allontanò da Roma gli astrologi per difendere l'antica religione contro la diffusione dei culti orientali. D'altra parte cercò di migliorare le condizioni delle province, mirando, a differenza di Augusto, ad attenuare la loro inferiorità verso l'Italia, suscitando così l'opposizione di alcuni senatori e cavalieri romani. Questo principe, descritto come un timido studioso, realizzò la conquista della Britannia, che fu ordinata a provincia, e ridusse sotto il dominio romano la Mauritania. Ne trascurò Roma e l'Italia, dimostrando saggezza e tenace volontà nel campo dei lavori pubblici. Così condusse a Roma mediante un magnifico acquedotto, l'Acqua Claudia, e vi portò le acque dell'Aniene, Anio Novus; fece prosciugare il Lago Del Fucino, costruì con criterio nuovo il porto di Ostia in aperta spiaggia, dotandolo di un faro; terminò la Via Claudia Augusta, iniziata da suo padre Druso, che conduceva da Altino al Danubio. Claudio aveva sposato in terze nozze Valeria Messalina dalla quale ebbe un figlio, Britannico, e una figlia, Ottavia; messa a morte la moglie per la condotta scandalosa, sposò la nipote Giulia Agrippina, vedova di Gneo Domizio Enobarbo e madre di Lucio Domizio, il futuro Nerone, Agrippina si preoccupò di assicurare la successione al figlio; ottenne da Claudio il matrimonio di Nerone con Ottavia e lo spinse ad adottare Nerone, diseredando il figlio Britannico; infine, per evitare cambiamenti da parte di Claudio, lo avvelenò nell'anno 54.

da Svetonio (Vite dei Dodici Cesari)

Nerone (54-68 d.c.)
Era ancora semivivo quando ad un centurione che, fatta irruzione e fingendo di volerlo aiutare, gli aveva tamponando la ferita con un proprio mantello, rivolse soltanto queste parole: E' troppo tardi! , e : Questa è fedeltà!. E così dicendo morì, i suoi occhi stralunati si fecero fissi da ispirare orrore e terrore in coloro che li videro. La successione avvenne senza contrasti: Nerone fu acclamato dalle coorti pretorie e il Senato accettò senza discussioni il fatto compiuto, concedendo il potere al giovane imperatore. Egli aveva infatti solo diciassette anni e governarono per lui durante i primi tempi la madre Agrippina e i maestri Lucio Anneo Seneca, il filosofo, e Sesto Afranio Burro, prefetto del pretorio. La sua crudeltà però si rivelò fin dal principio, quando fece avvelenare Britannico. Nerone si proponeva di attuare il programma di Augusto, riservandosi la politica estera e la cura dell'esercito e lasciando al Senato la politica interna, ma questo tentativo di diarchia urtò contro la realtà politica: se la tradizione di Roma repubblicana ancora forte impediva infatti l'instaurazione di un potere imperiale assoluto, si avvertiva sempre più, specie nelle province, la necessità di superare la divisione dei poteri pubblici fra Senato e imperatore. Nerone, fornito di discreto ingegno e di cultura letteraria ma privo di affetti profondi, volle a poco a poco eliminare tutti coloro che potevano creargli opposizioni: dopo Britannico fece uccidere nell'anno 59 la madre, quindi allontanò Seneca dal governo per restare solo a capo dello Stato e nello stesso tempo fece uccidere la propria moglie Ottavia per sposare Poppea Sabina, sottraendola al marito Otone. Gli eccessi e le follie di Nerone non ebbero più limiti, mentre nuovi problemi urgevano ai confini e nelle province esasperate dalle imposte. In Oriente era ripresa la guerra col regno dei Parti per il possesso dell'Armenia; una ribellione era scoppiata in Britannia; nel 66 si ribellarono gli Ebrei di Palestina; agitazioni si ebbero anche in Gallia, sul Reno, nella Mesia, ecc. Ma di ciò poco si occupava Nerone, intento più che altro a esaltare se stesso con gli attributi della divinità. La persecuzione dei cristiani, ai quali l'imperatore attribuì l'incendio di Roma dell'anno 64, forse casuale, finì col suscitare orrore, mentre a screditare Nerone e ad accrescere l'animosità contro di lui contribuì il suo famoso viaggio in Grecia. Intanto, sulle rovine spianate al centro di Roma era iniziata la gigantesca costruzione della Domus Aurea che assorbiva ingenti ricchezze, aggravando la crisi del tesoro. Nell'anno 58 Nerone aveva tentato una riforma finanziaria, con l'abolizione delle imposte indirette e specialmente dei dazi tra provincia e provincia, sostituendovi un rimaneggiamento delle tasse dirette che colpivano i ceti più ricchi, i propietari di beni fondiari; ma per l'opposizione suscitata nell'aristocrazia senatoria e l'ostilità dei cavalieri, la legge era stata respinta dal Senato. Più tardi, nel 63, compì una riforma di grande importanza nella storia dell'Impero, diminuendo il piede dell'aureus da 1/40 di libbra d'oro a 1/45, quello del denarius da 1/84 di libbra d'argento a 1/96, realizzando con ciò un buon profitto per lo Stato. Grande era il malcontento a Roma, dove furono organizzate contro l'imperatore parecchie congiure: a una di queste, capeggiata da Calpurnio Pisone, partecipò forse anche Seneca, che fu costretto a uccidersi. Tuttavia lo scontento non bastò ad abbattere Nerone; furono le insurrezioni militari scoppiate in Gallia con Giulio Vindice, in Spagna con Sulpicio Galba, in Lusitania con Salvio Otone e infine in Africa con Clodio Macro, che costrinsero Nerone a fuggire da Roma; il Senato lo dichiarò nemico pubblico e, coll'appoggio dei pretoriani, proclamò imperatore Galba. A Nerone non restò che uccidersi (9 giugno del 68).

Svetonio Vite dei Cesari: Fu di statura regolare, col capo interamente calvo e gli occhi cerulei. Aveva il naso aquilino e le ani e i piedi gravemente deformati dall'artrite, tanto che non riusciva a sopportare le scarpe e non poteva srotolare e nemmeno tenere in mano una pergamena. Elevato al potere dalle forze armate, Galba affrontò subito il problema dell'esercito e dei pretoriani e quello non meno urgente della restaurazione finanziaria; ma la sua opera, cominciata col rifiuto del donativo ai pretoriani, gli alienò le forze dalle quali era stato sospinto all'Impero. Così le legioni delle due Germanie, al principio del gennaio 69, acclamarono imperatore Aulo Vitellio, i pretoriani Otone. Galba fu trucidato; poi Otone, sconfitto dai Vitelliani, si suicidò. Contro Vitellio, che governava a Roma, avanzò Tito Flavio Vespasiano, proclamato imperatore dalle legioni d'Oriente (luglio del 69) e la sorte di Vitellio fu decisa dalla vittoria dei Flaviani a Bedriaco. I pretoriani in pochi mesi avevano acclamato e tradito tre imperatori.

da Svetonio (Vite dei Dodici Cesari)

Vespasiano (70-79 d.c.) e Tito (79-81 d.c.)
Vespasiano Ebbe una corporatura tarchiata, con le membra robuste e solide, e il volto quasi contratto da uno sforzo. Godette di ottima salute, per quanto, per conservarla, si accontentasse come sola cura di massaggiarsi regolarmente la gola e il resto del corpo, nello sferisterio, e di stare a digiuno assoluto un giorno al mese. Tito Oltre alla crudeltà, era sospetta la sua dissolutezza, poiché assieme agli amici più prodighi si dedicava a orge che duravano fino a notte fonda e non era meno sospetta la lussuria, sia per la sua abitudine di circondarsi di un branco di pederasti e di eunuchi, sia per la sua ben nota passione verso la regina Berenice, che si diceva avesse persino promesso di sposare; era anche sospetta la sua rapacità, essendo risaputo, che accettava provvigioni e premi nelle cause trattate davanti al proprio padre. Con la vittoria di Vespasiano su Vitellio ebbero termine le violenze della guerra civile; l'anno dei quattro imperatori segnò così l'inizio di una fase nuova nella storia dell'Impero, la quale prese le mosse dal governo di ricostruzione attuato da Vespasiano e da suo figlio Tito Vespasiano. Il problema principale era il ristabilimento della pace. Uno dei primi atti di governo di Vespasiano fu la chiusura del tempio di Giano; il più splendido tra i suoi edifici a Roma fu il Foritm Pacis; sulle sue monete ricomparve la figura della Pace Augusta. Il governo di Vespasiano e di Tito nei suoi tratti essenziali arieggiò a quello di Augusto. Ebbe molta deferenza verso il Senato, anche se da principio i senatori appartenenti alle più nobili famiglie romane dimostrarono una certa freddezza verso il modesto plebeo di Rieti, tipico rappresentante di quei legionari italici che costituivano ancora il nerbo dell'esercito romano. Così Vespasiano rivestì quasi ogni anno il consolato, riprese la censura che esercitò seriamente col figlio Tito come collega, al quale fece conferire nell'anno 71 la potestà tribunizia, mentre attribuì all'altro figlio Domiziano il titolo di Cesare. Vespasiano affrontò prima di tutto il gravissimo problema della trasformazione dell'esercito, in modo da impedire che si ripetessero le ribellioni degli ultimi anni. Volendo soldati meglio disciplinati degli Italici prese, in contrasto con la tradizione, il provvedimento di escludere questi ultimi dalle legioni, allontanando così dall'esercito proprio coloro che avevano contribuito a creare l'Impero: questa riforma apportò forse il colpo più grave alla supremazia dell'Italia, privata d'ora innanzi della possibilità di far sentire la propria voce attraverso i suoi legionari. Tuttavia il reclutamento limitato alle province d'Occidente non era nè facile, nè sicuro: ne fu prova la rivolta dei Batavi capitanata da Giulio Civile, mirante a una confederazione gallico-germana staccata da Roma. Vespasiano dovette quindi ricorrere alle regioni occidentali più progredite e meglio romanizzate, favorendo la formazione di nuovi centri urbani e concedendo con molta facilità, in contrasto con la politica del Senato, la cittadinanza romana o latina a intere province, come per esempio la Spagna. In questa azione ebbe la collaborazione del figlio Tito, collega nel comando e prefetto del pretorio, affermatosi buon capitano con la guerra contro gli Ebrei, da lui conclusa con la presa di Gerusalemme e la distruzione del tempio di Salomone. Vespasiano provvide alla riforma finanziaria, al consolidamento dei confini dell'Impero con l'occupazione degli Agri decumates, per assicurare il collegamento della regione del Reno con quella del Danubio. Nè trascurò i lavori pubblici, come la costruzione delle grandi Terme, terminate da Tito, che diede loro il nome e che ultimò anche l'Anfiteatro Flavio. Tito ebbe un regno brevissimo (79-81 d. C.) e quindi povero di avvenimenti; ma il giudizio che fu dato di lui: " delizia del genere umano " rimane a testimoniare il buon ricordo che egli lasciò. Il suo impero fu segnato da gravi disgrazie: una pestilenza particolarmente grave in Italia; un incendio che devastò il Campidoglio e una parte notevole di Roma; l'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia.

da Svetonio (Vite dei Dodici Cesari)

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