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Lo scopo della vita mortale

(Renato Marini, 6 agosto 1998)

Cosa Ë venuto a fare in questa vita lo
spirito che viveva con Dio? La risposta ortodossa Ë: ìPer 
avere un corpo fisico e per dare prova di saper scegliere
il bene anzichÈ il maleî. Vero, ma  certo non ci si
puÚ accontentare di questa spiegazione che non spiega
perchÈ sia necessario  venire qui per fare quelle
cose. Cosa vuol dire ìAvere un corpo fisicoî ? Adamo non
aveva  forse un corpo fisico anche prima della
caduta? E cosa vuol dire ìScegliere il Beneî? Non 
abbiamo forse scelto fra bene e male nel Gran Concilio dei
Cieli? In realt‡ incarnarsi in questa  vita
materiale, mortale e soggetta al male ed alla sofferenza
ha motivi pi˘ profondi di quelli  sommariamente
espressi dalla risposta ortodossa. La scelta di Adamo ed
Eva di mangiare il frutto proibito ci insegna che dobbiamo
avere un  corpo mortale, soggetto alla fame ed alla
sete, per poter fare quelle esperienze che non sono 
alla portata dello spirito. Lo spirito gode delle
esperienze della materia attraverso la mente.  Senza
la traduzione della mente le esperienze fisiche non
arricchiscono lo spirito. Se lo spirito  si aspetta
di fare certe esperienze e non le fa, brontola, opprimendo
quella parte della mente su  cui ha un reale potere
di azione: la mente inconscia. Lo spirito che non Ë
soddisfatto di ciÚ che  il corpo gli trasmette
(attraverso la mente) opprime líinconscio con quel
sentimento che oggi  viene chiamato depressione ed in
passato era detto infelicit‡. Il male produce infelicit‡.
Poteva Adamo fare esperienze fisiche nutrienti per lo
spirito? Eden era un mondo fisico,  celeste ed
imperfetto. Fisico perchÈ cíera la materia fisica; celeste
perchÈ obbediva alle leggi  celesti, cioÈ líamore
anzichÈ líegoismo, il dare anzichÈ il prendere, eccetera;
imperfetto perchÈ  ogni essere vivente era tenuto in
vita da Dio ed era inconsapevole della sua vita. Dio Ë
perfetto  perchÈ ha vita in SË stesso; noi saremo
perfetti quando avremo vita in noi stessi; Eden era 
imperfetto perchÈ non aveva vita in se stesso. Poteva un
mondo fisico ma imperfetto dare allo spirito quelle
esperienze a cui lo spirito anela?  La risposta Ë
chiaramente no, ma deve essere giustificata razionalmente.
Se la legge dellíamore si basa sul dare, posso dare ciÚ
che non ho? No. Se non ho vita in me  stesso, posso
dare la mia vita? No. Se Adamo poteva vivere senza
mangiare e senza mai  ammalarsi, come poteva un
frutto dare se stesso per essere cibo? Come poteva Adamo 
mostrare amore per Eva se non poteva privarsi di nulla per
lei? Il primo gesto di amore di  Adamo fu infatti il
rinunciare allí Eden per restare con Eva. Come avrebbe
potuto fare quella  scelta se Eva non avesse preso il
frutto proibito?  Ecco quindi la necessit‡ per Adamo
di essere separato da Dio e di doversi guadagnare il pane 
col sudore della fronte, che non si riferisce solo al
dover mangiare ma al doversi mantenere in  vita da
solo, mangiando, bevendo, respirando, evitando malattie ed
aggressioni, eccetera. In  Eden Adamo non doveva
preoccuparsi di restare vivo; fuori da Eden sÏ. Trovandosi
nelle condizioni di dover provvedere a se stesso, alla sua
vita, al suo piacere ed alla  sua felicit‡, Adamo
fuori di Eden poteva scegliere se occuparsi solo di se
stesso o se curarsi  degli altri. Per dare qualcosa
devo privarmene: la mela cede la sua vita per essere
nutrimento  per il mio corpo; se voglio fare felice
qualcuno devo dargli qualcosa di mio. Ecco allora che
Adamo puÚ davvero iniziare a scegliere fra dare e tenere,
fra badare solo a sÈ e  badare anche agli altri, fra
amore ed egoismo, perchÈ ha le sua vita (almeno in parte)
nelle sue  mani. Essendo mortale ha senso il
sacrificio. Un immortale non puÚ sacrificarsi. La caduta
serviva quindi per mettere la nostra vita nelle nostre
mani, per rendere possibile la  differenza fra
líamore e líegoismo. Ma questo non bastava. Se tutti i
figli di Adamo fossero  stati buoni, quante
esperienze avrebbero fatto fare allo spirito? Quanto
impara chi non soffre  mai? Chi non sbaglia? Chi non
subisce violenze? CosÏ fu necessaria la ribellione di
Caino, che  portÚ il male nella vita terrena, come la
trasgressione di Adamo aveva portato la morte. Se la 
morte riguarda solo il decadimento della materia e la
progressiva perdita di energia vitale, il  male
riguarda i pensieri della mente e la tendenza allíegoismo. 
Lo spirito viene a vivere in questo mondo mortale perchÈ
qui ci sono la morte ed il male che in  Cielo non ci
sono. E allora, se siamo qui perchÈ ci sono morte e male,
condizioni necessarie  per il nostro progresso
spirituale, perchÈ lamentarci quando ci toccano la vita?
Siamo venuti  qui proprio per incontrarli, no? La
risposta razionale alla domanda iniziale (PerchÈ lo
spirito si incarna?) che ci viene dalla  rivelazione
Ë quindi la seguente: Veniamo in questo mondo perchÈ lo
spirito anela a fare le  esperienze che sono
possibili solo in questo mondo governato dal male e dalla
morte, per  arrivare a conoscerle senza restarne
prigioniero, per trarne il bene senza restare impegolato
dal  male. Proprio come Ë simboleggiato dal processo
del mangiare: metto dentro alimenti misti  bene-male,
assimilo la parte buona ed elimino quella cattiva; al
termine della digestione ho  preso solo il buono del
cibo. Lo stesso vale per questa vita. Non possiamo che
vivere le nostre  esperienze (miste di bene e male)
ed imparare ad assimilare il bene e rigettare il male.
Questa saggezza non poteva svilupparsi nei Cieli
spirituali, nÈ nellíEden, ma solo in questo  mondo
solitario e triste dove regnano la morte ed il male. Eí
esattamente il mito antico (certamente originato dagli
insegnamenti evangelici dei  patriarchi) dellíeroe
che scende in Inferno per trovare la vita. La vera vita si
trova solo  passando attraverso líinferno della vita
mortale e maligna. Chiarito questo, come possiamo allora
dare davvero allo spirito le esperienze che Ë venuto a 
fare? La risposta Ë semplice. Guarda il mondo intorno a
te, fallo entrare nella tua mente  attraverso i sensi
e la mente; fai esperienza di quello che ti succede
anzichÈ solo subirlo. Solo  cosÏ lo spirito apprende.
Vivere intensamente vuol dire trasmettere allo spirito le
esperienze del  corpo, facendole passare attraverso
líattenzione della mente. Ogni esperienze puÚ essere cibo 
per lo spirito (da separare poi in alimento da tenere e
scorie da eliminare) solo se la mente ci  dedica la
sua pi˘ attenta valutazione. I comandamenti servono a
dirci quali esperienze  favoriscano la crescita dello
spirito e quali siano solo cibo avvelenato. E, come Ë
nelle  Scritture, ci sono comandamenti che ci
avvisano di pericoli piccoli, che non sono mortali, ma 
ci sono pericoli che sono mortali e che possono davvero
mettere in serie difficolt‡ líesperienza  mortale che
lo spirito sta facendo. Occhio quindi ai segnali stradali,
ed accettiamo tutte le curve, le asperit‡ e le incognite
della  strada, perchÈ ci conduce alla vera vita.

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