LA RIPRESA DEL DOPOGUERRA
NEL 1945 EBBERO FINALMENTE TERMINE gli orrori e le devastazioni della
seconda guerra mondiale. Il presidente Heber J. Grant morì il
14 maggio di quell’anno, appena una settimana dopo la fine delle ostilità in
Europa e tre mesi prima della resa del Giappone.
Al suo successore, George Albert Smith, toccò il compito di
guidare la Chiesa in un’epoca in cui il mondo aveva bisogno di ricostruire
e di superare l’odio che rimaneva dopo la guerra. I dirigenti della
Chiesa ricordarono ai santi e al mondo intero che l’unica speranza di
una pace duratura stava nell’osservanza dei principi del Vangelo di
Gesù Cristo.
UN DIRIGENTE PIENO D’AMORE
L’esperienza di George Albert Smith e l’amore veramente cristiano che
aveva per gli altri lo rendevano particolarmente preparato al suo compito.
Egli affermò una volta: “Per quanto ne so, io non ho nemici
… Tutti, uomini e donne, sono figli di mio Padre, e io ho cercato
per tutta la vita di mettere in pratica il saggio insegnamento del Redentore
dell’umanità: amare il mio prossimo come me stesso”.
George Albert Smith fu chiamato a far parte del Quorum dei Dodici nel
1903. Egli rappresentò la quarta generazione della famiglia Smith
che serviva come Autorità Generale. Al tempo della sua chiamata
anche suo padre, John Henry Smith, era un apostolo. Fu quella la prima
e unica volta nella storia della Chiesa che un padre e suo figlio fecero
parte del Quorum dei Dodici contemporaneamente.
Dal 1919 al 1921 l’anziano George Albert Smith fu presidente della
Missione Europea. Alla fine della prima guerra mondiale parecchie nazioni
si rifiutarono di riammettere i missionari, e l’anziano Smith dovette
negoziare con i relativi governi perché ai missionari fosse di
nuovo concesso di entrare in quei paesi. L’esperienza che acquisì si
rivelò preziosa quando la Chiesa, alla fine della seconda guerra
mondiale, si trovò a dover affrontare circostanze analoghe.
Di ritorno dalla Missione Europea l’anziano Smith fu chiamato a presiedere
all’Associazione di Mutuo Miglioramento dei Giovani Uomini. In questa
veste egli servì per oltre un decennio. Da anni si interessava
moltissimo ai giovani. Fin dall’inizio era stato uno dei più convinti
sostenitori del movimento scoutistico, tanto da essere eletto nel 1932
nel comitato nazionale esecutivo dei Boy Scout d’America e da ricevere,
due anni dopo, il “Bufalo d’argento”, il riconoscimento
più alto offerto da questa organizzazione nazionale, come apprezzamento
per i notevoli servigi resi.
Fu l’amore per i giovani a ispirarlo nei consigli che dava ai reduci
su come affrontare le prove che li attendevano una volta finita la guerra.
Sul finire dell’anno 1945 migliaia di santi furono congedati dal servizio
militare. Ma il ritorno alla vita civile non avvenne senza problemi.
Per aiutare i fedeli a superare con successo questa delicata fase di
transizione, la Chiesa prese delle iniziative.
I vescovi si affrettarono a intervistare i reduci facendo sì che
ricevessero delle chiamate nella Chiesa, mentre i quorum del sacerdozio
organizzarono feste di benvenuto in onore dei reduci e li aiutarono
a trovare lavoro. Anche le attività sportive e sociali organizzate
dall’Associazione di Mutuo Miglioramento ebbero un ruolo molto importante
nel reinserimento dei veterani
AIUTO AI SANTI DELL’EUROPA DEVASTATA
Non appena concluse le ostilità, i dirigenti della Chiesa considerarono
di primaria importanza ristabilire i contatti coi santi che si trovavano
nell’Europa distrutta dalla guerra, dove le comunicazioni erano interrotte
da quasi sei anni. Specialmente in Germania e in Olanda, dove intere
città erano state distrutte, centinaia di santi erano rimasti
senza tetto. Ad aggravare le loro sofferenze si aggiunse nel dopoguerra
una grave penuria di cibo.
I militari mormoni delle forze alleate portarono i primi soccorsi ai
santi sofferenti. Il primo dirigente della Chiesa che visitò il
continente europeo dopo la fine della guerra fu Hugh B. Brown, presidente
della Missione Britannica. La guerra era finita da appena due mesi quando
il presidente Brown si recò in volo a Parigi dove, nel salone
da ballo di un grande albergo, diresse un incontro a cui intervennero
trecentocinquanta militari e santi del luogo.
Proseguendo il viaggio egli andò in Svizzera in treno, dove
tenne una serie di rapidi e animati incontri. Dovunque si sforzò di
coltivare fede e speranza fra i suoi ascoltatori. Nell’autunno 1945
la Chiesa mandava aiuti all’Europa servendosi del normale servizio postale.
Le poste però accettavano solo pacchi di non grandi dimensioni,
e quindi il costo della spedizione risultava proibitivo. Nonostante
ciò nel gennaio 1946 la Chiesa aveva già spedito tredicimila
pacchi, e molti altri erano stati spediti a titolo individuale da membri
della Chiesa.
La Chiesa cercava intanto il modo di spedire maggiori quantitativi
di soccorsi, ma per ottenere ciò era necessaria la collaborazione
delle autorità governative. Conseguentemente il presidente George
Albert Smith e gli anziani John A. Widtsoe e David O. McKay si recarono
a Washington e conferirono per molto tempo con gli ambasciatori e altri
funzionari di alcune delle nazioni europee.
Così riferì il presidente Smith il colloquio di venti
minuti che ebbe il 3 novembre col presidente degli Stati Uniti, Harry
Truman, alla Casa Bianca: “Signor Presidente, sono venuto a trovarla
per conoscere quale sarà il suo atteggiamento se i Santi degli
Ultimi Giorni vorranno inviare cibo, indumenti e coperte in Europa”.
Egli sorrise, mi guardò e disse: “Per quale motivo vuole
mandare questa roba in Europa? Sa bene che il loro denaro non vale nulla”.
Io gli dissi: “Non vogliamo il loro denaro”. Mi guardò nuovamente
e chiese ancora: “Intende dire che ciò che invierete sarà semplicemente
un dono?”
Io dissi: “Certo. Vogliamo dare loro queste cose. Essi sono nostri
fratelli e sorelle che si trovano in condizioni difficili. Dio ci ha
benedetto con un’eccedenza di questi prodotti, e saremo felici di mandarli
a loro se possiamo ottenere in questo la collaborazione del governo”.
Egli disse: “Voi siete sulla retta via”. Poi soggiunse: “Saremo
felici di aiutarvi in ogni maniera possibile”. Il 14 gennaio 1946
la Prima Presidenza annunciò che l’anziano Ezra Taft Benson,
membro del Quorum dei Dodici, grande esperto di organizzazione agricola
a livello nazionale, era stato incaricato di riaprire le missioni in
Europa e di occuparsi delle necessità spirituali e materiali
dei santi europei.
La Prima Presidenza gli fece questa promessa: “Tutti coloro con
cui lei verrà a contatto avvertiranno la sua benefica influenza
e … sentiranno in cuor loro che lei è accompagnato da un potere
e da uno spirito che non sono dell’uomo”. Ciò che accadde
in seguito dimostrò ampiamente che questa promessa era una vera
e propria profezia.
L’anziano Benson fu accompagnato da Frederick W. Babbel, che aveva
servito nella Missione Svizzero-Tedesca prima della guerra. Partirono
da Salt Lake City per l’Inghilterra il 29 gennaio 1946. Nel corso di
questa loro grande missione essi facevano riferimento sovente a una
promessa contenuta nelle Scritture, che consideravano adempiuta in loro
favore: “E andranno innanzi, e niuno li arresterà, perché Io,
il Signore, li ho comandati” (DeA 1:5).
In una conferenza generale l’anziano Benson raccontò: “Gli
ostacoli si sono dissolti, problemi che sembravano insolubili sono stati
risolti, e l’opera è stata compiuta in gran parte grazie alle
benedizioni del Signore”. Appena due giorni dopo il loro arrivo
a Londra, malgrado la grave penuria di alloggi essi riuscirono a trovare
una sede ideale per gli uffici della missione.
L’anziano Ezra Taft Benson fu il primo civile americano che ottenne
l’autorizzazione a viaggiare in tutte e quattro le zone d’occupazione
della Germania. I suoi spostamenti furono spesso caratterizzati da una
serie di sorprendenti avvenimenti che gli permisero di far fronte a
tutti i suoi gravosi impegni; egli e i suoi collaboratori li considerarono
prove dell’aiuto divino.
Tipico fu ciò che gli accadde durante un viaggio da Parigi all’Aja,
in compagnia del cappellano mormone Howard S. Badger. I funzionari delle
ferrovie a Parigi lo avevano avvertito che ci sarebbe stato un giorno
di ritardo, perché si poteva entrare in Olanda solo passando
per la frontiera orientale e non per la via più breve. Ma l’anziano
Benson notò un treno in partenza e chiese al capostazione dove
era diretto. Gli fu risposto che era diretto in Belgio, ad Anversa.
“Gli dissi che avremmo preso quel treno; ma il capostazione rispose
che, siccome tutte le comunicazioni tra Anversa e l’Olanda erano interrotte
in conseguenza della guerra, sicuramente avremmo perso un giorno di
più. Io tuttavia, malgrado le sue affermazioni, sentivo dentro
di me che dovevo prendere quel treno.
Arrivati ad Anversa … il capostazione, tutto agitato, ci disse che
dovevamo tornare indietro per un certo tratto e perdere quindi un altro
giorno. Fu allora che notai un altro treno pronto per la partenza. Chiesi
dove era diretto e mi fu risposto che era un treno navetta, che faceva
servizio solo fino alla frontiera olandese perché il grande ponte
sul Fiume Maas era tuttora distrutto. Ma, nonostante ciò che
diceva il capostazione, io sentii che dovevamo salire su quel treno.
Arrivati al Fiume Maas dovemmo scendere. Nel raccogliere i nostri bagagli,
scorgemmo un autocarro americano che si avvicinava. Il fratello Badger
fece cenno al camionista di fermarsi. Saputo che non lontano da quel
luogo c’era un ponte galleggiante, egli convinse il camionista a darci
un passaggio per l’Olanda. Arrivati al primo villaggio in territorio
olandese, quale fu la nostra piacevole sorpresa nel vedere un treno
navetta che ci aspettava per portarci all’Aja”.
Una delle prime città visitate dall’anziano fu Karlsruhe, importante
città tedesca sul Reno. Frederick W. Babbel racconta che, avendo
chiesto dove si riunivano i Santi degli Ultimi Giorni, la comitiva fu
indirizzata a un quartiere di edifici semidistrutti. Continua l’anziano
Babbel: “Parcheggiata l’automobile vicino a enormi mucchi di acciaio
contorto e di cemento, ci inerpicammo sopra grossi cumuli di macerie
aprendoci la strada tra nude pareti devastate, seguendo le indicazioni
forniteci. Tutto era desolato intorno e sembrava che non ci fosse speranza
di raggiungere la nostra meta, quando udimmo in lontananza le note di “Santi
venite” cantate in tedesco …
Allungammo il passo e giungemmo a un edificio gravemente danneggiato,
dove tuttavia parecchie stanze erano ancora agibile. In una di queste
trovammo duecentosessanta santi ancora riuniti in conferenza, benché l’ora
della fine fosse passata da un pezzo … Lacrime di gratitudine ci bagnavano
le gote mentre andavamo il più in fretta possibile verso un podio
sistemato alla meglio. Non ho mai visto il presidente Benson tanto profondamente
e visibilmente commosso come quella volta”.
L’anziano Benson, nel descrivere i sentimenti che provò durante
quella conferenza, si espresse in questi termini: “I santi erano
da circa due ore in attesa del nostro arrivo, sperando che venissimo.
Si era infatti sparsa la voce che forse saremmo intervenuti alla conferenza.
Per la prima volta vidi quasi un intero uditorio commosso fino alle
lacrime mentre salivamo sul podio.
Quelle persone si rendevano conto che, dopo sei o sette lunghi anni,
vi erano finalmente fra loro dei rappresentanti di Sion, per dirla con
le loro parole. Alla chiusura della riunione, prolungata a loro richiesta,
essi insistettero perché aspettassimo alla porta per stringere
le mani a ciascuno di loro man mano che uscivano dall’edificio.
Notammo poi che molti, dopo essere passati, tornavano a rifare la coda
una seconda, una terza volta, tanto erano felici di poterci stringere
la mano! Osservando attentamente i volti di quei santi, pallidi, scarni,
lo sguardo rivolto in alto, molti coi vestiti a brandelli, alcuni scalzi,
vedevo nei loro occhi la luce della fede, mentre portavano testimonianza
della natura divina di questa grande opera ed esprimevano gratitudine
per le benedizioni del Signore”.
L’anziano Benson sentì anche l’urgenza di visitare i santi della
Prussia Orientale, che una volta faceva parte della Germania ma allora
era territorio polacco. Malgrado ripetute richieste all’ambasciata polacca
a Londra, però, non fu possibile ottenere il visto necessario
per recarsi a Varsavia. Racconta a tal proposito il fratello Babbel:
“Dopo alcuni momenti di profonda meditazione l’anziano Benson,
con calma ma con decisione, disse: “Mi lasci pregare”. Due
o tre ore dopo essersi ritirato nella sua camera per pregare, il presidente
Benson ricomparve sulla soglia della mia camera e disse con un sorriso: “Faccia
le valigie. In mattinata partiamo per la Polonia!”
Al primo istante non credetti ai miei occhi. Egli era là, come
avvolto da una splendida luce radiosa, e il suo volto brillava così come
immagino deve avere brillato il volto del profeta Joseph quando fu pieno
dello Spirito del Signore”.
Arrivati in volo a Berlino, l’anziano Benson ottenne
le autorizzazioni necessarie per potersi recare in Polonia con tutto
il suo gruppo.
Eppure era stato detto loro, e in termini categorici, che la missione
militare polacca di Berlino non era autorizzata a rilasciare visti senza
prima consultarsi con Varsavia, il che avrebbe richiesto ben due settimane!
Arrivati in Polonia, l’anziano Benson col suo gruppo si recò nella
cittadina di Zelbak, dove si trovava un ramo di santi tedeschi. Entrando
nel paese non si vedeva alcun segno di vita nelle strade. Chiesero all’unica
donna che videro dove si trovava il presidente del ramo. Racconta ancora
l’anziano Babbel:
“Avevamo scorto una donna che si nascondeva dietro un grande
albero. Quando ci fermammo notammo sul suo volto un’espressione di grande
paura. Ma quando seppe chi eravamo, ella ci accolse con lacrime di gratitudine
e di gioia …
Nel giro di pochi minuti la notizia fece il giro delle
case. “Ci sono i fratelli! Ci sono i fratelli!” Ben presto
ci trovammo circondati da una cinquantina delle persone più felici
che abbia mai visto.
Vedendo avvicinarsi la nostra jeep, veicolo inconsueto per loro, e
temendo che a bordo ci fossero soldati polacchi o russi, avevano come
per incanto sgombrato le strade. Ma quando scoprirono la nostra identità e
seppero che eravamo missionari, il paese divenne tutto un brulicare
gioioso di persone, quasi tutti donne e bambini, perché dei ventinove
detentori del sacerdozio che c’erano prima ne erano rimasti solo due.
Quella mattina, alla riunione di digiuno e testimonianza, più di
cento santi si radunarono per portare la loro testimonianza e chiedere
all’Onnipotente col canto, il digiuno e la preghiera di essere misericordioso
con loro e di far tornare da loro gli anziani. Il nostro arrivo improvviso
e non preannunciato, dopo un isolamento quasi totale dalla Chiesa e
dalle missioni che durava fin dall’inizio del 1943, quella era la risposta
che essi aspettavano da tanto tempo, una risposta così meravigliosa
che a stento credevano a tanta buona sorte”.
L’anziano Benson trovò i santi europei ansiosi di riprendere
il cammino e far progredire l’opera del Signore. Vi erano però seri
problemi da risolvere prima di poter riprendere i programmi della Chiesa.
Non fu possibile riorganizzare in pieno molti rami perché tanti
dirigenti del sacerdozio erano venuti a mancare a causa della guerra.
Inoltre la distruzione delle case di riunione e delle abitazioni significò per
i santi non solo la perdita dei beni materiali, ma anche di quelli che
avevano importanza dal punto di vista spirituale. In alcuni rami, ad
esempio, non rimase neppure una copia delle Scritture. Malgrado ciò l’anziano
Benson riferì: “Abbiamo constatato che i nostri fratelli
hanno perseverato in modo meraviglioso. La loro fede era forte, più grande
ancora la loro devozione e senza confronti la loro fedeltà”.
Uno dei compiti più importanti affidati all’anziano Benson fu
quello di fornire ai santi europei generi alimentari e vestiario. In
Germania, dove il bisogno si faceva sentire in modo particolarmente
serio, i santi avevano già dato prova di coraggio, fede e intraprendenza
nell’affrontare l’emergenza.
Negli ultimi mesi della guerra essi infatti avevano raccolto indumenti
e li avevano nascosti in luoghi sicuri per poi dividerli fra loro. Richard
Ranglack, presidente della missione di Berlino, paragonò questi
santi tedeschi agli antichi pionieri, spinti a unirsi più strettamente
proprio a causa delle difficoltà incontrate.
I santi olandesi, dal canto loro, finita la guerra cominciarono a piantare
patate dovunque trovassero terreno coltivabile. Nonostante i rispettivi
paesi fossero stati nemici fino a poco tempo prima, essi poi condivisero
il raccolto con i fratelli e le sorelle tedeschi. A metà marzo
l’anziano Benson stipulò gli accordi necessari con le autorità governative
e con quelle militari in Europa perché fossero mandati ulteriori
aiuti dall’America.
In aggiunta alle provviste già ammassate negli Stati Uniti,
la Chiesa promosse la raccolta di indumenti e altri beni di seconda
mano. Nel dimostrare amore per i santi d’Europa e considerazione per
le loro sofferenze il presidente George Albert Smith non fu secondo
a nessuno. Donò infatti almeno due vestiti appena puliti e parecchie
camicie lavate, stirate e ancora chiuse negli involucri della lavanderia.
Non solo, ma mentre si trovava nella Piazza del Benessere per controllare
l’andamento della raccolta di indumenti, si tolse il cappotto e lo depose
sulla pila di indumenti già pronti per la spedizione. Nonostante
le proteste dei suoi collaboratori, egli volle tornare al suo ufficio
senza cappotto.
Le autorità militari e i funzionari che si trovavano in Europa
erano stupiti dalla rapidità con cui le spedizioni arrivavano
dalla Chiesa in America. I dirigenti europei della Chiesa piansero di
gioia e gratitudine quando, visitando i magazzini dove arrivavano gli
aiuti, ebbero tra le mani gli indumenti e i sacchi di cereali. In totale
le merci spedite poterono riempire ben novantatre carri ferroviari.
All’anziano Benson è da attribuire il merito di avere esteso
il lavoro missionario anche alla Finlandia. Il 16 luglio 1946, sulla
sommità di una bella collina vicino a Larsmo, in Finlandia, egli
dedicò e benedisse quella terra affinché fosse pronta
a ricevere il Vangelo. Il giorno seguente ben duecentoquarantacinque
persone intervennero a un pubblico incontro a Helsinki e manifestarono
un genuino interesse per la Chiesa. L’anno seguente fu istituita
la Missione Finlandese.
L’anziano Benson fece ritorno nel dicembre 1946 dopo aver percorso,
durante i dieci mesi del suo incarico in Europa, oltre 96.500 chilometri.
Al termine del suo incarico ognuna delle missioni europee aveva di nuovo
un presidente.
IL PACIFICO VIENE RIAPERTO AL
LAVORO MISSIONARIO
La riapertura del Pacifico al lavoro missionario non comportò le
stesse difficoltà che si erano presentate in Europa. Eccezion
fatta per le Hawaii, i missionari erano stati ritirati dappertutto,
ma i presidenti di missione erano rimasti nei paesi loro assegnati.
Inoltre, per la maggior parte, le isole del Pacifico non si trovarono
mai in zone d’operazioni vere e proprie. Richiamare i missionari alla
fine del conflitto quindi non fu difficile.
Alla fine del 1946 la Prima Presidenza annunciò la chiamata
dell’anziano Matthew Cowley come presidente della Missione del Pacifico.
Prima di questa chiamata l’anziano Cowley aveva presieduto per otto
anni, compresi quelli della guerra, alla Missione Neozelandese. Rilasciato
da quest’incarico, era stato chiamato quasi subito a far parte del Quorum
dei Dodici.
Nel corso del suo incarico egli compì nel Pacifico un’opera
simile a quella realizzata dall’anziano Benson in Europa. Nei tre anni
seguenti egli infatti fece lunghi viaggi e notevoli esperienze. Una
volta, per esempio, diede una benedizione a cinquanta persone; un altro
giorno ne benedisse settantasei, molte delle quali erano in coda fin
dalle 5 del mattino.
L’anziano Cowley annotò sul suo diario: “Sembrava una
cosa abituale …
E vengono guariti, tanta è la loro fede … Io so che quando
impongo loro le mani sul capo essi guariscono. Non è la mia fede.
E’ solo che io ho fede nella loro fede”. Il grande amore
che l’anziano Cowley aveva per i popoli del Pacifico, la sua profonda
fede nel Vangelo di Gesù Cristo, l’entusiasmo che profondeva
nel suo incarico di presidente di missione furono i fattori che diedero
impulso alla crescita della Chiesa in tutto il Pacifico.
Particolarmente impegnativa fu la sfida che la Chiesa si trovò ad
affrontare in Giappone. La missione in quel paese era chiusa dal 1924,
e nel 1945 vi erano nella terra del Sol Levante appena una cinquantina
di membri. I soldati mormoni che militavano nelle forze d’occupazione,
però, diedero un contributo importante al futuro progresso della
Chiesa in Giappone. Molti di essi erano ansiosi di beneficare il popolo
giapponese con lo spirito e il messaggio del Vangelo.
Quando nel villaggio di Narumi in un negozio di oggetti rari tre soldati
mormoni rifiutarono la tazza di tè offerta loro, essi colsero
l’occasione per esporre gli insegnamenti della Chiesa circa la santità del
corpo. Ciò condusse ad altre conversazioni con un uomo che si
trovava lì, e ben presto quest’ultimo, Tatsui Sato, e la sua
famiglia divennero i primi convertiti del dopoguerra in Giappone.
In seguito i membri di questa famiglia divennero fortissimi nel Vangelo:
fra l’altro fratello Sato servì come capo traduttore in Giappone.
Il giovane soldato che battezzò sorella Sato non era altri che
Boyd K. Packer, futuro membro del Quorum dei Dodici Apostoli. Seguirono
altri battesimi, e così furono poste le premesse per la riapertura
della Missione Giapponese.
Nel 1947 la Prima Presidenza incaricò Edward L. Clissold, ex
ufficiale delle forze d’occupazione alleate in Giappone, di tornare
laggiù e di aprire la missione. Appena giunto, egli trovò un
ambiente molto più favorevole al lavoro missionario di quanto
lo fosse nei decenni precedenti.
C’era un vuoto spirituale da colmare, e molti cercavano ansiosamente
di dare un significato alla vita. I primi cinque missionari destinati
al Giappone erano ex soldati, che andavano a insegnare il Vangelo in
un paese fino a poco tempo prima nemico. Nel 1949 i membri della Chiesa
in Giappone erano già centotrentacinque.
Gli anni del dopoguerra videro una continua crescita nelle varie zone
dell’America del Nord dove i santi avevano cercato lavoro durante la
guerra. Nel 1947 la Chiesa raggiunse un importante traguardo quando
il numero dei membri superò il milione. Il dopoguerra fu anche
un periodo di rinnovamento dei vari programmi e attività della
Chiesa.
LA RIPRESA DELLE ATTIVITA’ DELLA CHIESA
Fra tutte le attività della Chiesa, quelle che in maggior misura
ebbero a soffrire delle restrizioni dovute alla guerra furono senza
dubbio il lavoro missionario e la costruzione di edifici.
Con la fine della guerra però questi programmi e altri ancora
non solo furono ripresi, ma anche ampliati per soddisfare meglio le
necessità dei santi. Venuti meno i motivi che impedivano la chiamata
dei missionari, molti giovani, che prima avevano dovuto per forza di
cose rimandare la missione per via della guerra, accettarono di andare
in missione.
La conseguente rapida affluenza di missionari portò il loro
numero ad altezze mai viste prima. Da una media di appena 477 missionari
nel 1945 si arrivò un anno dopo a 2.244. Come prima della guerra,
si trattava per lo più di missionari giovani, il che voleva dire
che molti non possedevano l’esperienza necessaria per insegnare il Vangelo
e avevano senz’altro bisogno di aiuto e istruzioni.
I criteri generali del lavoro di proselitismo più diffusi nel
dopoguerra erano quelli tracciati da Richard L. Anderson, nella Missione
degli Stati del Nord Ovest. Questi criteri erano basati su metodi da
lui elaborati quando era missionario di palo durante il servizio militare.
Secondo questo piano, il compito dei missionari non doveva più consistere
semplicemente nel distribuire opuscoli, ma nell’essere invitati nelle
case a presentare il Vangelo.
I missionari dovevano presentare delle lezioni su argomenti dottrinali,
durante i quali veniva sottolineata l’importanza di un attento studio
delle Scritture. Ordinate secondo una precisa successione logica, queste
lezioni avrebbero condotto finalmente alla conversione. Quando questi
metodi avanzati furono adottati in tutta la missione i risultati furono
eloquenti: solo nel 1949 la Missione degli Stati del Nord Ovest fece
registrare più di mille battesimi!
Aumentando il ritmo del lavoro missionario aumentavano di pari passo
anche le responsabilità direttive dei presidenti di missione.
Fu così che nel 1947 le Autorità generali disposero che
i presidenti di missione di tutto il mondo chiamassero dei consiglieri,
scegliendoli fra i missionari stessi e i detentori locali del sacerdozio
di Melchisedec. L’anziano Spencer W. Himball dichiarò in seguito
che la decisione di chiamare dei consiglieri era stata data come rivelazione
alla Presidenza della Chiesa.
Mentre veniva rafforzata l’organizzazione delle missioni e i missionari
miglioravano il metodo di insegnamento del Vangelo, la Chiesa si serviva
di altri mezzi per diffondere il Vangelo nel mondo. Con la fine del
razionamento della benzina e il conseguente incremento dei viaggi, la
piazza del Tempio divenne un efficacissimo strumento missionario.
Nel 1948 per la prima volta il numero dei visitatori della Piazza del
Tempio superò il milione. Nello stesso anno fu ripresa, a scopo
missionario, l’annuale Rappresentazione di Cumora, “America’s
Witness for Christ”, che presentava la storia del Libro di Mormon
e la restaurazione del Vangelo.
Nel dopoguerra la Chiesa si interessò sempre di più alla
produzione di film. Alla fine degli anni 40 furono girati dei film sui
luoghi storici della Chiesa, sulla piazza del Tempio e sul piano di
benessere. Allo stesso modo la Chiesa fu pronta a utilizzare il nuovo
mezzo televisivo, sviluppatosi nel dopoguerra. La prima conferenza generale
teletrasmessa fu quella dell’ottobre 1949.
Durante la guerra la carenza di materiale edile aveva quasi bloccato
il programma edilizio della Chiesa. Quando i materiali da costruzione
furono di nuovo disponibili, la Chiesa intraprese un vasto programma
di costruzione di cappelle. Nel 1949 erano già state completate
duecento nuove case di riunione.
Tre anni dopo le nuove costruzioni ammontavano già a novecento.
A metà degli anni 50 oltre il, 50 per cento degli edifici della
Chiesa era di costruzione post-bellica. Queste realizzazioni richiesero
l’impiego di oltre metà delle somme stanziate in quegli anni
dai fondi generali della Chiesa.
Nel 1937 il presidente Heber J. Grant aveva annunciato la costruzione
di un tempio ad Idaho Falls, nello stato dell’Idaho. La costruzione
ebbe inizio due anni dopo e il 19 ottobre 1941 fu collocata la chiave
di volta. La struttura, per lo meno vista dall’esterno, sembrava terminata;
ma il completamento vero e proprio dovette essere rimandato.
L’attacco di Pearl Harbor, avvenuto meno di due mesi dopo, spinse gli
Stati Uniti a entrare in guerra e di conseguenza vennero a scarseggiare
i materiali da costruzione. Alla metà del 1945 il Tempio di Idaho
Falls era finalmente pronto per la dedicazione. Nella preghiera dedicatoria
il presidente George Albert Smith espresse gratitudine per la cessazione
della guerra e pregò affinché i popoli del mondo fossero
disposti a vivere secondo il Vangelo di Gesù Cristo in modo da
rendere duratura la pace.
Il microfilmaggio di documenti demografici a scopo di ricerca genealogica,
interrotto durante la guerra, riprese anche prima della fine del conflitto.
Nel marzo 1945 la Chiesa cominciò a microfilmare trecentosessantacinque
registri parrocchiali inglesi.
Nel 1947 Archibald F. Bennett, segretario della Società Genealogica,
trascorse quattro mesi in Europa per conferire con le autorità civili
e religiose, e ottenne il permesso di svolgere il lavoro di microfilmaggio
in Inghilterra, Scozia, Galles, Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda,
Germania, Finlandia, Svizzera, Italia settentrionale e Francia.
Il ricordo delle recenti distruzioni causate dalla guerra spinse la
maggioranza degli archivisti a collaborare con entusiasmo con gli operatori,
per poter conservare le copie dei documenti originali in caso di distruzione
di questi ultimi. Inoltre ogni archivio, biblioteca, ecc. riceveva in
dono dalla Società Genealogica una copia del materiale microfilmato,
dando così al pubblico la possibilità di accedere ai documenti
stessi senza dover maneggiare gli originali, spesso fragili.
All’inizio del 1950 negli Stati Uniti e in parecchie nazioni europee
erano impegnati a tempo pieno nel lavoro di microfilmaggio ventidue
operatori. Man mano che venivano messe a disposizione, tramite la Biblioteca
Genealogica della Chiesa, le copie microfilmate dei documenti, i santi
furono in grado di condurre più facilmente le ricerche necessarie
per individuare gli antenati e far celebrare per loro le ordinanze del
tempio.
Nel dopoguerra vi fu nella società la tendenza ad esaltare il
valore della famiglia, e anche i dirigenti della Chiesa dedicarono alla
famiglia una attenzione ancor maggiore. La fine della guerra vide un
netto aumento del numero dei matrimoni e un conseguente rapido incremento
delle nascite. Mai nella storia della Chiesa ci furono tante nuove famiglie
e tanti nuovi genitori come in quel periodo.
Purtroppo tra il 1940 e il 1950 aumentò, fin quasi a raddoppiare,
anche il tasso dei divorzi. Anche per questo la Chiesa, nel dopoguerra,
rivolse notevole attenzione alla casa e alla famiglia. Nel 1946 parecchie
organizzazioni della Chiesa avviarono dei programmi aventi lo scopo
di rafforzare i vincoli familiari, istituendo fra l’altro l’”ora
familiare”, un’ora da dedicare regolarmente alla famiglia.
Le situazioni d’emergenza determinate dalla guerra, fra cui lo sradicamento
di molte famiglie dai luoghi di residenza, furono fonte di serie difficoltà per
i giovani della Chiesa, e indussero le Autorità Generali a dare
disposizioni ai dirigenti locali perché si preoccupassero del
loro benessere.
Così le Associazioni di Mutuo Miglioramento dei Giovani Uomini
e delle Giovani Donne promossero sane attività ricreative per
i giovani: brevi commedie musicali da rappresentare in vari rioni, esibizioni
teatrali di vario genere, gare di oratoria, festival musicali …
Centinaia di ballerini in costumi dai vivaci colori si esibirono nei
campi di football in occasione di festival di danze regionali; squadre
di softball e di pallacanestro in rappresentanza dei vari rioni parteciparono
a campionati a livello di palo, di regione e perfino a livello mondiale.
Queste ultime furono considerate le manifestazioni sportive a respiro
più ampio di tutto il mondo. Tutte queste attività attirarono
vasta notorietà e tanti consensi, nonché molte benedizioni
per i giovani della Chiesa.
I dirigenti della Chiesa esortarono i fedeli a fare della crescita
spirituale l’obiettivo primario delle loro famiglie e raccomandarono
loro di onorare la domenica come giorno sacro dedicato al culto. La
domenica mattina uomini e ragazzi frequentavano la riunione del sacerdozio
della durata di un’ora. Dopo ogni famiglia andava alla Scuola Domenicale.
Quest’ultima iniziava con mezz’ora di “esercizi di apertura” consistenti
in brevissimi messaggi di due minuti e mezzo ciascuno, pronunciati dai
giovani del rione, e in dieci minuti di pratica degli inni. Seguiva
la lezione vera e propria, della durata di un’ora, basata sulle Scritture
e su argomenti legati al Vangelo. Al pomeriggio o alla sera le famiglie
ritornavano per la riunione sacramentale.
Anche quest’ultima durava un’ora e mezza e comprendeva musica ispirata,
spesso eseguita dal coro del rione, e discorsi su argomenti religiosi
pronunciati dai fedeli, sia giovani che adulti. Una o due volte al mese,
la domenica, membri giovani o adulti dirigevano delle “serate
al caminetto”, cioè discussioni non formali seguite da
un rinfresco. In tal modo nel dopoguerra l’impegno dei santi nella Chiesa
aumentò rapidamente.
Nel dopoguerra, inoltre, la Chiesa continuò a impegnarsi per
migliorare la salute fisica dei santi. Furono rinnovati e ingranditi
gli ospedali di Salt Lake City e di Ogden, e la Chiesa collaborò con
alcune piccole comunità rurali dello Utah, dell’Idaho e del Wyoming
per l’apertura e il funzionamento di piccoli ospedali.
Nel 1949 fu iniziata a Salt Lake City la costruzione dell’Ospedale
per i bambini della Primaria, costato 1, 25 milioni di dollari, destinato
a sostituire quello più piccolo esistente in North Temple Street.
Questa moderna struttura avrebbe assicurato cure mediche a tutti i bambini,
senza distinzione di religione né di razza. Le famiglie che non
erano in grado di pagare avrebbero ricevuto assistenza gratuita.
L’IMPEGNO VERSO I LAMANITI
Gli anni 40 portarono un notevole allargamento dei programmi della
Chiesa per gli Indiani americani e popoli affini, identificati come
discendenti dei popoli del Libro di Mormon. Per quanto riguarda questo
secolo, fu nel 1936 che ebbe inizio il lavoro missionario fra i nativi
americani.
Quell’anno la Prima Presidenza diede disposizione al palo di Snowflake,
nell’Arizona nordorientale, di dare inizio ufficiale al lavoro missionario
tra gli indiani Navajo, Hopi e Zuni. Al palo di Snowflake se ne aggiunsero
ben presto altri.
Il lavoro missionario fra gli indiani d’America ricevette una notevole
spinta nel novembre 1942. In quel tempo un santo Navajo, George Jumbo,
si recò a Salt Lake City per un intervento chirurgico. Prima
del ritorno la moglie, Maria, espresse il desiderio di vedere il presidente
Heber J. Grant. Fu esaudita, e quando si trovò alla presenza
del presidente “lo implorò di mandare i missionari fra
la sua gente”.
Il presidente Grant, commosso fino alle lacrime, si rivolse all’anziano
George Albert Smith, allora presidente del Quorum dei Dodici, e gli
disse: “Anche se su di lei, come presidente del Quorum dei Dodici,
ricadono tante gravi responsabilità, vuole per favore accettare
anche un altro compito e avviare il lavoro missionario fra questo popolo?
…
E, per favore, faccia in modo che esso abbia fin dall’inizio una base
permanente, che cresca, che si ingrandisca, anziché diminuire
o scomparire”. “Così all’inizio dell’anno seguente
fu organizzata la Missione Navajo-Zuni. Ben presto furono mandati missionari
anche ad altre tribù, finché l’opera di proselitismo interessò tutti
gli indiani degli Stati Uniti e del Canada.
A cominciare dal 1945 altri Lamaniti ricevettero delle benedizioni,
anche se in modo del tutto diverso. Molti santi di lingua spagnola non
capivano completamente le cerimonie del tempio perché tenute
in inglese. Per aiutarli il tempio di Mesa, nell’Arizona, cominciò da
quell’anno a tenerle per la prima volta in spagnolo. Ai primi di novembre
1945 si tenne a Mesa un’apposita conferenza per i Lamaniti a cui parteciparono
circa duecento persone, alcune provenienti perfino da Città del
Messico.
Per procurarsi il denaro necessario per il lungo viaggio fino a Mesa
queste persone avevano in gran parte fatto grossi sacrifici, fino al
punto, in alcuni casi, di lasciare il lavoro. Il presidente David O.
McKay, secondo consigliere della Prima Presidenza, si congratulò con
tutti. Le sessioni che cominciarono due giorni dopo al tempio di Mesa
passarono alla storia come le prime tenute in lingua spagnola.”
Chi partecipò a quella prima conferenza per i Lamaniti si rese
conto che la Chiesa non consisteva solo nel piccolo ramo dove si andava
ogni domenica, ma era qualcosa di molto più grande. Negli anni
successivi sia la conferenza per i Lamaniti che le sessioni in lingua
spagnola nel tempio dell’Arizona furono sempre attese con gioiosa trepidazione.
Nel 1946 il presidente George Albert Smith diede all’anziano Spencer
W. Kimball l’incarico di dedicarsi in modo speciale ai Lamaniti e di
dirigere il lavoro per loro. Disse l’anziano Kimball: “Non so
quando cominciai ad amare i figli di Lehi … Forse questo amore può essere
stato inculcato in me dalla benedizione patriarcale che mi fu impartita
dal patriarca Samuel Claridge quando avevo nove anni. Un passo della
benedizione dice:
“Predicherai il Vangelo a molti popoli, ma in particolare ai
Lamaniti … ”
E oggi, quarantadue anni dopo quella promessa, il presidente George
Albert Smith mi ha chiamato a questa missione, e la mia benedizione
si è adempiuta”.
Durante un giro nella Missione Messicana, nel 1947, l’anziano
Kimball ebbe una visione della quale parlò alla conferenza di
Mesa per i Lamaniti nel novembre di quell’anno. Vide un glorioso futuro
per i Lamaniti.
Vide i Lamaniti non dipendenti o schiavi, ma proprietari di banche
e di imprese. Disse che fra loro ci sarebbero stati ingegneri, costruttori,
esponenti politici, avvocati, dottori. Affermò che avrebbero
esercitato una forte influenza come editori di quotidiani e autori di
libri e di articoli. Dichiarò alla fine: “Vidi la Chiesa
progredire a grandi passi, e organizzare rioni e pali, centinaia di
pali. Vidi un tempio, e mi aspetto di vederlo gremito di uomini e donne”.
Trent’anni dopo il presidente Kimball, a una conferenza di area a Città del
Messico da lui presieduta, raccontò ancora la visione avuta nel
1947 e osservò che essa stava adempiendosi completamente. Una
delle cose di cui avevano maggior bisogno i nativi era l’istruzione.
Per risolvere questo problema, alla fine degli anni 40 fu avviato nello
Utah un programma speciale.
Nell’autunno del 1947 Golden R. Buchanan, membro della presidenza del
palo di Sevier a Richfield, nello Utah, constatò le condizioni
deplorevoli in cui si trovavano certi nativi che lavoravano nei campi
come lavoratori stagionali e, a una conferenza di palo, esortò i
santi ad avere più considerazione per i loro fratelli lamaniti.
Poco tempo dopo un membro della Chiesa di una città vicina andò dal
presidente Buchanan e gli rifece il caso di una ragazza indiana di nome
Helen John che non voleva tornare alla riserva con la famiglia, ma era
decisa a rimanere e andare a scuola. “Lasciate che io pianti la
mia tenda dietro la vostra casa”, supplicava i suoi datori di
lavoro che erano membri della Chiesa.
“Prometto di non dare alcun fastidio; so badare a me stessa.
Ma vorrei vivere dove avrei la possibilità di andare a scuola
con le vostre ragazze”. Il presidente Buchanan fu colpito da quest’idea.
Egli rifletté: “Se la Chiesa intraprendesse un programma
di questo genere, centinaia di ragazzi indiani avrebbero il privilegio
di vivere in case di Santi degli Ultimi Giorni, e potrebbero non solo
andare a scuola, ma essere anche istruiti sui principi del Vangelo”.
Così scrisse una lettera all’anziano Spencer W. Kimball, esponendogli
brevemente l’idea. L’anziano Kimball rispose invitando personalmente
la famiglia Buchanan ad accogliere Helen in casa. Così come Helen,
molti altri ragazzi indiani furono accolti da altre famiglie della zona.
Da questi inizi il programma per i Lamaniti si sviluppò fino
a diventare, negli anni 50, un’attività ufficiale della Chiesa.
Arrivarono a essere accolti in casa di membri della Chiesa fino a cinquemila
studenti all’anno, specialmente nell’Ovest degli Stati Uniti e in Canada.
IL CENTENARIO DEI PIONIERI
Proprio durante la ripresa delle attività della Chiesa nel dopoguerra,
la celebrazione del centenario dei pionieri attirò l’attenzione
dei santi sul loro retaggio. Il presidente George Albert Smith presiedette
a un comitato civico che aveva il compito di programmare le celebrazioni.
Pochi dirigenti della Chiesa superarono il fervore dimostrato dal presidente
Smith nel rievocare le passate imprese.
Nella primavera e nell’estate del 1947 spettacoli musicali, mostre
d’arte, competizioni sportive e rappresentazioni teatrali celebrarono
l’avvenimento. Fu di nuovo presentato, nel Tabernacolo di Salt Lake
City, lo spettacolo “Message of the Ages” che con tanto
favore era stato accolto nel 1930, in occasione delle celebrazioni del
centenario della Chiesa. Alle venticinque rappresentazioni, che impegnarono
millequattrocento persone, assistettero in totale 135.000 persone.
Nello stadio dell’Università dello Utah fu presentata per due
settimane una nuova produzione musicale, “Promised Valley”,
alla quale assistettero oltre 85.000 persone. Questo spettacolo, con
musiche originali di Crawford Gates, noto compositore mormone, descriveva
le prove e la dedizione dei primi pionieri.
Presentato dalle Associazioni di Mutuo Miglioramento locali, divenne
in seguito una popolare attrazione estiva di Salt Lake City. Sfilarono
settantadue automobili addobbate in modo da sembrare carri dei pionieri,
con teloni di canapa e buoi di legno compensato, per rappresentare il
lungo viaggio da Nauvoo alla Valle del Lago Salato compiuto dai pionieri
un secolo prima.
Il culmine della manifestazione fu il 24 luglio, esattamente cento
anni dal giorno in cui il primo gruppo di pionieri entrò nella
Valle del Lago Salato. Una imponente parata, “Days of 47”,
celebrò l’avvenimento, con carri allegorici che onoravano i pionieri
di un secolo prima. Per l’occasione, inoltre, le poste degli Stati Uniti
stamparono un francobollo commemorativo.
Ma il momento più significativo di tutta la manifestazione fu
il discorso che il presidente George Albert Smith pronunciò all’inaugurazione
del monumento denominato “This is the Place”, alto sei metri,
all’imbocco dell’Emigration Canyon, a est di Salt Lake City. Il ritratto
del presidente Smith sulla copertina della nota rivista Time testimoniava
i buoni rapporti esistenti allora fra i santi e tutti gli altri.
Riguardo al significato del centenario dei pionieri la Prima Presidenza
dichiarò: “Come quello sparuto gruppo di pionieri si trovò di
fronte a quello che si presentava come un arido deserto, così oggi
la Chiesa trova davanti a sé un mondo insensibile ai valori morali
e in declino spirituale. Oggi la Chiesa deve avere, e ha . . . la responsabilità di
costruire il Regno di Dio”.
La Prima Presidenza paragonò i pericoli materiali contro cui
lottarono i pionieri alle tentazioni che la Chiesa, in particolare i
giovani, si trovano di fronte nel ventesimo secolo, ed esortò i
santi a tenersi sempre pronti ad affrontare queste sfide, così come
avevano fatto i loro antenati.
La fine del 1950 segnava la metà esatta del secolo; poco più di
tre mesi dopo morì il presidente George Albert Smith e un nuovo
presidente fu sostenuto. Questi due importanti avvenimenti diedero ai
santi l’occasione di riflettere sulla situazione della Chiesa, su ciò che
era stato realizzato e su ciò che aveva in serbo il futuro.
La prima metà del ventesimo secolo fu per la Chiesa un periodo
di grande crescita: tre anni prima della metà del secolo il numero
dei membri aveva oltrepassato il milione. Alla conferenza generale dell’aprile
1950 il presidente George Albert Smith così espresse i suoi sentimenti
su questo progresso: “Nell’ultimo anno la Chiesa è cresciuta
più che in qualsiasi altro anno dalla sua organizzazione . .
. Abbiamo veramente ragione di essere felici! Non tanto perché apparteniamo
a un’organizzazione cresciuta numericamente, quanto perché tanti
altri figli e figlie del Padre Celeste sono stati condotti alla comprensione
della verità”.
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