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Storia della chiesa - Capitolo 4

UN PERIODO DI PREPARAZIONE 1823 - 1829

QUANDO USCI’ DAL BOSCO in quel bellissimo mattino di primavera del 1820 Joseph Smith non sarebbe mai più stato lo stesso. Egli sapeva che il Padre e il Figlio esistevano e avrebbe portato testimonianza di questa verità per tutta la vita. Tuttavia passarono tre anni dopo la sua grande visione di Dio prima che Joseph ricevesse ulteriori istruzioni riguardo all'importante lavoro che era stato chiamato a svolgere.

Durante questo periodo Joseph visse gli anni di mezzo dell'adolescenza, periodo durante il quale degli insegnanti coscienziosi e una comunità bendisposta avrebbero potuto rafforzarlo. Ma Joseph aveva ricevuto ben poca istruzione e, come abbiamo veduto, la sua testimonianza destò l'ostilità generale. Anche alcuni amici fidati si rivoltarono contro di lui; tuttavia Joseph ebbe costantemente l'affettuoso sostegno dei familiari.

Joseph riconosce che durante quel periodo cadde “frequentemente in molti folli errori” (Joseph Smith 2:28) e dette adito alle debolezze della giovinezza. Il suo temperamento allegro è uno dei motivi da lui indicati per aver frequentato qualche volta una compagnia gioviale ed essersi reso colpevole di atti di leggerezza, che egli considerava incoerenti con il comportamento di una persona chiamata da Dio (vedi v. 28). Tuttavia egli non si rese colpevole di “peccati gravi o di azioni maligne” (v. 28).

Secondo sua madre durante questo periodo non accadde nulla di importante. Joseph lavorava come al solito con suo padre, occupandosi delle attività della fattoria, disboscando il terreno o incidendo gli alberi per ricavarne sciroppo e zucchero, e ogni tanto svolgeva altri lavori come scavare le fondamenta di un edificio o coltivare i campi di Martin Harris. Questo intervallo di tre anni dette al giovane Joseph il tempo di crescere, maturare, acquisire esperienza e ricevere ulteriori istruzioni.

LA PRIMA APPARIZIONE DI MORONI

Nel 1822 Joseph cominciò ad aiutare il fratello maggiore Alvin a costruire una nuova casa per la loro famiglia. Nel settembre 1823 la casa era già arrivata al secondo piano, ma non aveva ancora il tetto. La famiglia continuava a vivere nella loro casetta di tronchi. Fu qui che nella tarda serata di domenica 21 settembre 1823 Joseph, ormai diciassettenne, si ritirò per la notte.

Preoccupato di quale poteva essere la sua posizione al cospetto del Signore, egli pregò sinceramente di essere perdonato dei suoi peccati. Confidava che avrebbe di nuovo avuto una manifestazione divina. Improvvisamente la sua stanza si riempì di luce e un messaggero celeste stette al suo capezzale, a parziale adempimento della grande profezia dell'Apostolo Giovanni (vedi Apocalisse 14:6-7).

Joseph descrive così quell'essere risorto: “Aveva una veste ampia del candore più squisito. Era un candore che sorpassa ogni bianchezza che avevo visto sulla terra; né credo che alcunché di terrestre possa mai apparire così straordinariamente bianco e brillante. Le sue mani erano nude, come pure le sue braccia, un po' al di sopra del polso; così pure erano i suoi piedi, e le gambe, un po' al di sopra delle caviglie. La sua testa e il suo collo erano pure scoperti.

Potei rendermi conto che egli non aveva altro abito che questa veste, poiché essa era aperta si che potevo vedere il suo petto. Non soltanto la sua veste era straordinariamente bianca, ma tutta la sua persona era gloriosa oltre ogni descrizione, e il suo viso veramente lucente come il lampo. La stanza era straordinariamente illuminata, ma non tanto quanto immediatamente attorno alla sua persona. Quando in prima lo vidi, fui spaventato, ma tosto il timore mi lasciò” (Joseph Smith 2:31-32).

Il messaggero si presentò come Moroni, profeta vissuto nel continente americano. Come possessore delle chiavi del “legno di Efraim” (vedi DeA 27:5), Moroni venne al momento stabilito per rivelare l'esistenza di annali scritti su tavole d'oro, che giacevano nascoste sotto terra da quattordici secoli. Era “la storia dei primi abitanti di questo continente ... Disse pure che in esso era contenuta la pienezza del Vangelo eterno, quale era stata data dal Salvatore a quegli antichi abitanti” (Joseph Smith 2:34). Joseph doveva tradurre gli annali e pubblicarli; per questa e per altre cose che sarebbe stato chiamato a fare, il suo nome sarebbe stato conosciuto nel bene e nel male tra tutti i popoli (vedi v. 33).

Moroni fece riferimento a numerosi passi della Bibbia, citando profeti come Malachia, Isaia, Gioele e Pietro riguardo ai preparativi da compiere negli ultimi giorni per il regno millenario di Cristo. Così cominciò l'istruzione nel Vangelo impartita da Moroni a Joseph Smith.

Il messaggio di Moroni era talmente importante, ed era talmente necessario inculcarlo nella mente del giovane profeta, che Moroni ritornò altre due volte quella stessa notte e ripeté le stesse istruzioni, aggiungendo ogni volta altre informazioni. Durante la prima “intervista” Joseph vide in visione il luogo in cui erano nascoste le tavole (vedi v. 42). Esse erano sepolte su una collina a circa quindici chilometri da casa sua. Durante la seconda visita Moroni parlò a Joseph dei giudizi che stavano per colpire la terra (vedi v. 45).

Alla fine della terza visita Moroni ammoni Joseph che Satana avrebbe cercato di tentarlo a prendere le tavole per il loro valore intrinseco, spinto a ciò dalle condizioni di povertà della sua famiglia. Moroni disse che il diciassettenne Joseph doveva avere un solo scopo nell'ottenere le tavole, e questo scopo era glorificare Dio. Doveva essere animato da un solo motivo, quello di edificare il regno di Dio (vedi v. 46).

Nel corso dei successivi avvenimenti il Profeta apprese perchè Moroni gli aveva impartito tali ammonimenti e direttive. I colloqui di Joseph con Moroni occuparono la maggior parte della notte, poiché alla fine della terza visita egli sentì cantare il gallo. Un nuovo giorno di luce spirituale stava davvero per sorgere. Isaia parlò di questo giorno come di un tempo in cui sarebbe venuta alla luce un'opera meravigliosa e un prodigio (vedi Isaia 29:14).

LA PRIMA VISITA A CUMORA

Quel mattino, come al solito, Joseph andò a lavorare nei campi insieme a suo padre e ai suoi fratelli. La mancanza di sonno e l'essersi trovato alla presenza di un essere glorificato e risorto durante la maggior parte della notte lo avevano stremato, sicché egli incontrava difficoltà nel lavorare.

Notando le condizioni del figlio e pensando che stesse male, il padre di Joseph gli disse di tornare a casa. Durante il cammino verso casa Joseph svenne. Quando tornò in sé sentì qualcuno che lo chiamava per nome. Quando si rese conto di dove si trovava, con sua sorpresa vide di nuovo Moroni accanto a lui. Moroni quindi ripeté lo stesso messaggio che aveva comunicato a Joseph in precedenza, e gli comandò inoltre di informare suo padre della visione e dei comandamenti che aveva ricevuto.

Joseph tornò indietro e spiegò a suo padre tutto l'accaduto. Questi gli assicurò che ciò proveniva da Dio e lo esortò a fare quello che gli era stato comandato. Joseph scrive: “Lasciai il campo e mi recai nel luogo in cui il messaggero mi aveva detto che le tavole erano depositate; e grazie alla chiarezza della visione che avevo avuta a loro riguardo, riconobbi il posto all'istante stesso in cui vi arrivai” (Joseph Smith 2:50).

Quasi alla sommità della collina Joseph trovò una pietra “spessa ed arrotondata verso il centro del lato superiore e più sottile verso gli orli” (v. 51). Era il coperchio di una cassa di pietra. Possiamo soltanto immaginare la sua emozione quando aprì la cassa. Là, dove giacevano da secoli, c'erano le tavole, l'Urim e il Thummim e il pettorale, proprio come Moroni aveva spiegato.

“La cassetta in cui giacevano era formata da pietre piane, saldate insieme da una specie di cemento. Nel fondo della cassetta erano poste due pietre a forma di croce, e su queste pietre giacevano le tavole e le altre cose insieme con esse” (Joseph Smith 2:52).

Quando viveva sulla terra, Moroni aveva profetizzato che le tavole non potevano essere usate per guadagno materiale per comandamento di Dio, ma che un giorno sarebbero state di “grande valore” per le generazioni future, portandole alla conoscenza di Dio (Mormon 8:14-15).

Durante il cammino che lo portava alla Collina di Cumora Joseph aveva pensato alle condizioni di povertà della sua famiglia e alla possibilità che le tavole, o la popolarità di cui avrebbe goduto dopo averle tradotte, avrebbero prodotto abbastanza ricchezza da levarlo al di sopra delle condizioni economiche dei suoi simili e da far uscire la sua famiglia dalle difficoltà economiche.

Quando allungò le mani per prendere le tavole ricevette una scossa, e gli fu così impedito di estrarle dalla cassa. Cercò di prenderle altre due volte, e per due volte fu ricacciato indietro. In preda alla frustrazione egli gridò: “Perché non posso prendere questo libro?” Gli apparve Moroni che gli disse che ciò era dovuto al fatto che egli non aveva tenuto fede ai comandamenti e aveva invece ceduto alla tentazione di Satana di procurarsi le tavole a scopo di lucro, invece di tenere l'occhio rivolto unicamente alla gloria di Dio, come gli era stato comandato.

Joseph, pentito, si rivolse umilmente al Signore in preghiera e fu riempito dallo Spirito. Una visione si aprì davanti a lui e “la gloria del Signore splendette attorno a lui e si posò su di lui ... Egli vide il principe delle tenebre ... Il messaggero celeste [Moroni] disse: “Tutto questo ti è stato mostrato, il bene e il male, il sacro e il profano, la gloria di Dio e il potere delle tenebre, affinché tu possa conoscere in seguito i due poteri e non lasciarti mai influenzare o vincere da quello del maligno” ...

Ora vedi perché non hai potuto prendere questi annali; che il comandamento era molto preciso, e se mai si ricevono queste cose sacre ciò deve essere mediante la preghiera e la fedeltà nell'obbedire al Signore.

Esse non sono state depositate qui perché se ne potesse trarre guadagno e ricchezza per la gloria di questo mondo: esse furono suggellate mediante la preghiera della fede. Il loro unico valore per i figlioli degli uomini, è soltanto la conoscenza che esse contengono”. Moroni concluse ammonendo Joseph che non gli sarebbe stato consentito di prendere le tavole “sino a quando egli avesse imparato a osservare i comandamenti di Dio - non soltanto sino a quando fosse stato disposto, ma anche capace di farlo ...

La sera successiva, quando tutta la famiglia fu riunita, Joseph rivelò loro tutto quello che aveva comunicato a suo padre nei campi e anche il ritrovamento degli annali, oltre al colloquio avvenuto tra lui e l'angelo mentre stava sul luogo in cui erano state depositate le tavole”.

LA PREPARAZIONE DI JOSEPH CONTINUA

Il monumentale lavoro di portare alla luce il Libro di Mormon era stato predetto dagli antichi profeti (vedi Isaia 29; Ezechiele 37:15-20; Mosè 7:62). Un lavoro di tale portata richiedeva un'attenta preparazione. In questo caso richiese quattro anni di insegnamenti.

Durante questo tempo Joseph si incontrò ogni anno con Moroni alla Collina di Cumora per ricevere le istruzioni necessarie per prepararsi a ricevere le tavole. Anche altri profeti nefiti che avevano un vitale interesse nella venuta alla luce del Libro di Mormon svolsero un ruolo importante nella preparazione di Joseph. Nefi, Alma, i Dodici Apostoli scelti dal Salvatore in America e Mormon istruirono tutti Joseph. La sua istruzione fu intensa durante questo periodo.

Sua madre Lucy descrive le conversazioni che avevano luogo in famiglia la sera: “Joseph ogni tanto ci narrava alcune delle cose più divertenti [interessanti] che si potessero immaginare. Egli descriveva gli antichi abitanti di questo continente, il loro abbigliamento, il modo di viaggiare e gli animali sui quali cavalcavano; le loro città e gli edifici con ogni particolare, il modo in cui facevano la guerra e anche quello in cui rendevano il culto. E sembrava farlo con tanta facilità come se avesse trascorso tra loro tutta la vita”.

AVVENIMENTI INTERMEDI

Tra la prima apparizione di Moroni e il giorno in cui Joseph ricevette le tavole, nella sua vita ci furono alcuni avvenimenti assai significati. Nel novembre 1823 una tragedia colpì gli Smith. Alvin, fratello maggiore di Joseph, si ammalò; suo padre non riusciva a rintracciare il medico di famiglia. Il medico, che infine venne a visitare l'infermo, gli somministrò del calomelano (cloruro di mercurio), lassativo che a quel tempo veniva usato come cura per molte malattie.

Ma questa medicina si bloccò nello stomaco di Alvin causandogli grandi sofferenze. Egli morì il 19 novembre 1823 dopo quattro giorni di malattia. Alvin era un giovane fedele e serio, e Joseph lo idolatrava. Joseph vedeva in lui una persona senza frode, che conduceva una vita retta.

Anche Alvin amava Joseph e si interessava molto ai sacri annali. In punto di morte egli rivolse a Joseph questo consiglio: “Voglio che tu sia un bravo ragazzo, che faccia tutto quanto è in tuo potere per ottenere gli annali. Sii fedele nell'osservare le istruzioni che hai ricevuto e nell'obbedire a ogni comandamento che ti viene dato”. Molti anni dopo Joseph seppe per rivelazione che Alvin era erede del regno celeste (vedi DeA 137:1-6).

Dopo la morte di Alvin gli Smith attraversarono un periodo di gravi difficoltà economiche. Joseph e i suoi fratelli andavano a lavorare a giornata ovunque potevano. A quel tempo negli Stati Uniti era molto in voga la ricerca di tesori nascosti. Nell'ottobre 1825 Josiah Stowell di South Bainbridge, Stato di New York, agricoltore, proprietario di una segheria e diacono della chiesa presbiteriana, chiese a Joseph di aiutarlo in una di queste imprese.

Stowell aveva dei parenti a Palmyra e probabilmente da loro aveva sentito parlare di Joseph. Stowell era alla ricerca di una leggendaria miniera d'argento perduta, che si pensava fosse stata aperta dagli Spagnoli nella Pennsylvania settentrionale. Stowell era uno dei molti uomini di buona reputazione e posizione economica del suo tempo che erano convinti che in molte località dell'America fossero sepolti dei tesori, e che investivano somme considerevoli nel tentativo di ritrovarli.

Stowell aveva saputo che Joseph era in grado di discernere le cose invisibili e desiderava il suo aiuto in questa iniziativa. Il Profeta era riluttante, ma Stowell persistette e, poiché la famiglia di Joseph si trovava in condizioni di necessità, egli e suo padre, insieme con altri vicini, acconsentirono ad andare dove diceva Stowell. Fu una decisione che avrebbe avuto grande importanza per la vita di Joseph e per il futuro della Chiesa.

Joseph e i suoi compagni andarono a pensione nella casa di Isaac Hale nel Comune di Harmony, in Pennsylvania. Il villaggio di Harmony distava diversi chilometri e si trovava su un'ansa, là dove il Fiume Susquehanna entra nella Pennsylvania nord-occidentale, a poca distanza da dove si supponeva si trovasse la miniera.

Mentre era a pensione presso gli Hale Joseph fu attratto dalla figlia di questi, una giovane dai capelli neri di nome Emma. Anche la giovane era attratta da Joseph, anche se aveva un anno e mezzo più di lui. Questa simpatia tuttavia non era gradita al padre di Emma, il quale disapprovava la ricerca di tesori nascosti e disdegnava la mancanza di istruzione di Joseph.

Sua figlia, maestra di scuola, era una giovane colta, ed egli voleva qualcosa di meglio per lei. Nel frattempo la ricerca della miniera d'argento non portò a nessun risultato. Dopo quasi un mese di lavoro Joseph riuscì a persuadere Josiah Stowell che i suoi sforzi erano vani, e la ricerca della miniera ad Harmony fu abbandonata.

Fin dal tempo di questo episodio i detrattori di Joseph lo hanno definito “ricercatore di tesori nascosti” per diffamarlo, per criticare le sue motivazioni e per gettare dubbi sulla validità della Chiesa da lui organizzata. I fatti appaiono più chiari se li esaminiamo nel contesto dell'epoca e della località in cui avvennero. Nella Nuova Inghilterra e nella parte occidentale dello Stato di New York tali attività non erano disapprovate come avvenne in seguito. Molti anni dopo Joseph ammise francamente la sua partecipazione nell'impresa, ma precisò che era stata insignificante.

Mentre lavorava ai confini tra gli Stati di New York e della Pennsylvania Joseph fece un altro incontro che sarebbe diventato importante per lui e per la Chiesa nei suoi primi anni nello Stato di New York. Joseph Knight sen., amico di Josiah Stowell, era un umile agricoltore e mugnaio che viveva a Colesville nella Contea di Broome, Stato di New York. Joseph Smith lavorò anche per lui e in questo frattempo stabilì con lui e con i suoi figli Joseph jun. e Newel un forte legame di amicizia. Essi credettero alla testimonianza del giovane profeta quando raccontò loro le sacre esperienze che aveva fatto.

Durante il tempo libero che gli rimaneva dopo il lavoro per Josiah Stowell e Joseph Knight sen. e dopo le visite alla sua famiglia a Manchester, Joseph continuò a corteggiare Emma Hale. A causa della strenua opposizione del padre della giovane al loro matrimonio, Joseph e Emma fuggirono insieme.

Furono sposati da un giudice di pace a South Bainbridge, Stato di New York, il 18 gennaio 1827. Subito dopo Joseph portò la sua sposa dalla sua famiglia a Manchester, dove trascorse l'estate successiva lavorando la terra con suo padre. Emma fu bene accolta dalla famiglia di Joseph e tra lei e Lucy Mack Smith si stabilì un rapporto molto affettuoso.

LE TAVOLE VENGONO AFFIDATE A JOSEPH

Si conosce molto poco degli incontri di Joseph con Moroni tra il 1824 e il 1827, ma in una data precedente l'autunno del 1827 Joseph una sera tornò a casa più tardi del solito. I suoi familiari erano preoccupati, ma egli disse loro che era in ritardo poiché aveva appena ricevuto un severo rimprovero da Moroni.

Egli disse che, mentre passava accanto alla Collina di Cumora, l'angelo gli era andato incontro e aveva detto che egli non si dedicava abbastanza al lavoro del Signore; che era venuto il tempo in cui gli annali dovevano essere portati alla luce e che egli doveva dedicarsi anima e corpo alle cose che Dio gli aveva comandato di fare.

Molte cose devono essere accadute durante i quattro anni di preparazione di Joseph. Egli trascorse l'adolescenza senza essere minimamente influenzato dai precetti degli uomini. Egli godeva dell'affettuoso sostegno della sua famiglia e svolgeva i compiti conseguenti al suo matrimonio. Gli angeli lo prepararono a tradurre degli annali divinamente ispirati e gli insegnarono la necessità dell'autodisciplina e dell'obbedienza.

Egli era indubbiamente ansioso di cominciare a tradurre il Libro di Mormon. A quel tempo Joseph Knight e Josiah Stowell fecero visita agli Smith a Manchester. Questo può essere avvenuto mentre Joseph aspettava di ricevere le tavole.

Il 22 settembre 1827, molto prima del sorgere del sole, Joseph e sua moglie attaccarono il cavallo di Joseph Knight al cadesse di Josiah Stowell e percorsero i cinque chilometri che li separavano dalla Collina di Cumora. Lasciata Emma ai piedi della Collina, Joseph vi salì per avere il colloquio finale con Moroni.

Moroni gli consegnò le tavole, l'Urim e il Thummim e il pettorale. Rivolse anche a Joseph un preciso ammonimento e gli fece una promessa riguardante i suoi doveri. Joseph era ora responsabile di quei sacri oggetti e, se per sua negligenza o incuria li avesse perduti, sarebbe stato reciso. D'altra parte se si fosse sforzato al massimo di preservarli sino a quando Moroni sarebbe venuto a ritirarli, gli fu assicurato che essi sarebbero stati protetti (vedi Joseph Smith 2:59).

Per la prima volta in oltre millequattrocento anni i preziosi annali furono affidati a un mortale. Joseph nascose con cura le tavole nel cavo di un albero vicino a casa sua. Gli amici del Profeta non erano le uniche persone che attendevano con ansia che egli ricevesse le tavole: altre persone del vicinato erano venute a sapere che Joseph avrebbe portato a casa sua le preziose tavole di metallo.

Alcune di queste persone probabilmente avevano partecipato alla ricerca della miniera d'argento e ora pensavano che spettasse loro una parte di ogni tesoro trovato dal giovane. Joseph imparò presto il motivo per cui Moroni gli aveva fortemente raccomandato di proteggere le tavole.

“Ogni strattagemma che si potesse inventare” fu impiegato per sottrargliele (v. 60). Per esempio Willard Chase, un agricoltore delle vicinanze, insieme ad altri cercatori di tesori fece chiamare un indovino perché trovasse il luogo dove erano nascoste le tavole.

Quando gli Smith vennero a sapere del complotto mandarono Emma a prendere Joseph, che a quel tempo stava lavorando a Macedon, pochi chilometri a ovest di Palmyra. Egli tornò immediatamente e riprese le tavole: le avvolse in un vestito di lino e si inoltrò nei boschi, pensando che fossero più sicuri della strada frequentata.

Ma proprio mentre stava scavalcando un tronco fu colpito alle spalle dal calcio di un fucile. Joseph tuttavia riuscì a gettare a terra il suo assalitore e a fuggire. Circa un chilometro dopo fu di nuovo assalito, ma riuscì ancora a fuggire, e prima di arrivare a casa fu assalito per la terza volta. Sua madre disse che quando giunse a casa era “terribilmente a corto di fiato per la paura e la fatica della corsa”.

Gli sforzi per rubare le tavole si intensificarono, ma si adempì anche la promessa di protezione fatta da Moroni. Joseph spesso toglieva le tavole dal loro nascondiglio appena pochi minuti prima dell'arrivo dei cercatori di tesori. Una volta le nascose sotto la pietra del focolare del camino della sua casa.

Un folto gruppo di uomini si radunò davanti alla casa, ma si dispersero quando Joseph e i suoi fratelli finsero un contrattacco, uscendo di corsa dalla porta principale e gridando e urlando come se avessero con sé un numeroso gruppo di persone. Joseph quindi nascose la cassa sotto il pavimento di legno dell'officina del bottaio nella loro fattoria, ma gli fu suggerito di nascondere le tavole da sole sotto il lino che stava in soffitta. Quella notte i suoi nemici demolirono il pavimento dell'officina del bottaio, ma le tavole rimasero al sicuro.

L'ADEMPIMENTO DELLA PROFEZIA DI ISAIA

Durante questo periodo la vita di Joseph era continuamente in pericolo; per questo egli decise di riportare Emma a Harmony, dove sperava di poter cominciare in pace il lavoro di traduzione. Prima della partenza Martiri Harris, eminente cittadino di Palmyra che in seguito avrebbe svolto un ruolo di primo piano nella restaurazione del Vangelo, si fece avanti per offrire il suo aiuto.

Era un prospero tessitore, uomo d'affari e agricoltore che aveva conosciuto la famiglia Smith quando questi si erano stabiliti a Palmyra, e nel corso degli anni aveva assunto alle sue dipendenze vari suoi componenti. Egli fornì il denaro necessario a Joseph e Emma per saldare i loro debiti e dette loro anche cinquanta dollari per il viaggio.

Dopo aver nascosto le tavole in un barile di fagioli in fondo al carro, uscirono di città in un freddo giorno d'inverno nel dicembre 1827 diretti a Harmony, dove, come da accordi presi in precedenza, sarebbero vissuti per qualche tempo con i genitori di Emma.

Dopo un breve soggiorno presso gli Hale la coppia acquistò una casa dal fratello maggiore di Emma, Jesse. Era una casetta a due piani in una fattoria di circa cinque ettari, sulla sponda del Fiume Susquehanna. Per la prima volta dopo tante settimane Joseph poté lavorare relativamente in pace. Tra il dicembre 1827 e il febbraio 1828 copiò molti dei caratteri incisi sulle tavole e tradusse alcuni di essi usando l'Urim e il Thummim. Durante i primi stadi di questo lavoro Joseph dedicò considerevole tempo e sforzi a familiarizzarsi con il linguaggio delle tavole e a imparare a tradurre.

Secondo accordi presi in precedenza Martin Harris fece visita a Joseph ad Harmony durante il febbraio 1828. Ormai il Signore aveva preparato Martin perché aiutasse Joseph nella sua missione. Secondo la sua stessa testimonianza, nel 1818 a Martin fu comandato dal Signore di non unirsi a nessuna chiesa finché non si fossero adempiute le parole di Isaia.

Qualche tempo dopo fu rivelato a Martin che il Signore aveva un lavoro per lui. Nel 1827 numerose manifestazioni convinsero Martin Harris che Joseph Smith era un profeta e che egli doveva quindi aiutarlo a portare il Libro di Mormon a quella generazione. Pertanto Martin andò a Harmony per prendere una copia di alcuni caratteri provenienti dalle tavole per mostrarli a numerosi linguisti di fama del tempo, il che adempì la profezia contenuta in Isaia 29:11-12 per convincere il mondo incredulo.

Martin fece visita ad almeno tre uomini che avevano la reputazione di capaci linguisti. Ad Albany, nello Stato di New York, parlò con Luther Bradish, diplomatico, statista, viaggiatore e studioso di lingue. A New York fece visita al dottor Samuel Mitchill, vice-presidente dell'Istituto medico Rutgers. Fece anche visita a un uomo che conosceva diverse lingue, incluso l'ebraico e il babilonese.

Quest'uomo era il professar Charles Anthon dell'Università di Columbia a New York, che era forse il più qualificato tra gli uomini con i quali Martin si era messo in contatto per giudicare i caratteri riportati sul documento. Egli era tra i principali studiosi di materie classiche del suo tempo: all'epoca della visita di Martin Harris Charles Anthon era professore aggiunto di greco e latino; conosceva il francese, il tedesco, il greco e il latino, ed era informato, se i libri della sua biblioteca possono essere considerati una prova, delle più recenti scoperte riguardanti la lingua dell'antico Egitto, comprese le prime opere di Champollion.

Secondo Martin Harris il professar Anthon esaminò i caratteri e la loro traduzione e rilasciò volentieri un certificato, nel quale dichiarava ai cittadini di Palmyra che gli scritti erano autentici. Anthon inoltre disse a Martin che i caratteri assomigliavano all'egiziano, al caldeo, all'assiro e all'arabo ed espresse l'opinione che la traduzione era corretta.

Martin mise in tasca il certificato e stava per andarsene quando Anthon lo richiamò e gli chiese in che modo Joseph Smith aveva trovato le tavole d'oro sulla collina. Martin spiegò che un angelo di Dio aveva rivelato a Joseph il loro nascondiglio. Al che Charles Anthon gli chiese di restituirgli il certificato, cosa che Martin fece.

“Egli lo prese e lo stracciò a pezzi, dicendo che ai nostri giorni non v'erano più apparizione d'angeli e cose simili, ma che se avessi voluto portargli le tavole, egli le avrebbe tradotte. Lo informai che una parte delle tavole era sigillata, e che mi era proibito di portargliele. Rispose allora: “Non posso leggere un libro sigillato”.

Il viaggio di Martin Harris fu importante per diversi motivi. Primo, mostrò che gli studiosi nutrivano un grande interesse per quei caratteri ed erano disposti a prenderli in seria considerazione finché un angelo non entrava a far parte della loro storia. Secondo, per Martin e Joseph era il diretto adempimento della profezia relativa al Libro di Mormon. Terzo, era una dimostrazione che la traduzione degli annali avrebbe richiesto l'aiuto di Dio; l'intelletto non sarebbe stato sufficiente (vedi Isaia 29:11-12; 2 Nefi 27:15-20). Infine esso diede più fede a Martin.

Questi tornò a New York sicuro di avere le prove sufficienti a convincere i suoi vicini della verità del lavoro di Joseph Smith: adesso era pronto a impegnare totalmente se stesso e i suoi mezzi per portare alla luce il Libro di Mormon.

SMARRIMENTO DEL MANOSCRITTO

Martin non poteva prevedere le difficoltà che lo aspettavano a Palmyra. Sua moglie Lucy era adirata perché era andato all'Est senza di lei: temeva che gli Smith cercassero di imbrogliarlo ed era risentita per il tempo che il marito trascorreva con Joseph lontano da lei.

Il suo disappunto era evidente quando Martin tornò a casa. Ella era quel genere di persona che chiede prove sicure di ogni cosa; perciò, quando Martin si preparò a tornare in Pennsylvania, insistette per accompagnarlo. Egli acconsentì a portarla con sé per qualche giorno. Ad Harmony il primo obiettivo di lei fu quello di vedere le tavole. Ella frugò la casa, obbligando Joseph a nasconderle all'esterno.

Ad un certo punto ritenne di aver scoperto il luogo in cui erano sepolte, ma quando si chinò per accertarsene fu spaventata da un grosso serpente nero e si ritrasse. Irritata perché non era riuscita a trovare le tavole, prese a dire a chiunque fosse disposto ad ascoltarla che suo marito era stato imbrogliato da un “grande impostore”. Dopo due settimane Martin la riportò a casa. Nonostante i di lei tentativi per dissuaderlo, Martin tornò ad Harmony. In assenza del marito, Lucy continuò a diffondere le sue critiche a Palmyra.

In Pennsylvania Joseph e Martin lavorarono insieme alla traduzione sino al 14 giugno 1828. Per tale data la traduzione riempiva centosedici pagine formato protocollo, e Martin chiese se poteva portare a casa questo manoscritto per mostrarlo alla moglie e agli amici. Sperava che questo avrebbe convinto Lucy che il lavoro era giustificato e che ella rinunciasse quindi alla sua opposizione.

Per mezzo dell'Urim e del Thummim Joseph si rivolse al Signore. La risposta fu negativa. Martin, insoddisfatto, insistette sino a quando Joseph chiese di nuovo al Signore. La risposta fu ancora negativa. Le richieste e le insistenza di Martin continuarono. Joseph voleva accontentare il suo benefattore. Era giovane e inesperto e confidava nell'età e nella maturità di Martin.

Inoltre Martin era l'unica persona che Joseph conosceva disposta a lavorare come scrivano e a finanziare la pubblicazione del libro. Queste considerazioni lo spinsero a chiedere di nuovo. Finalmente il Signore concesse un permesso condizionato. Martin si impegnò per iscritto a mostrare il manoscritto soltanto a quattro o cinque persone, fra le quali sua moglie, suo fratello Preserved Harris, suo padre, sua madre e la sorella di Lucy, Polly Cobb. Martin quindi partì per Palmyra con l'unica copia del manoscritto.

Poco dopo la partenza di Martin Emma Smith dette alla luce un figlio, Alvin, che morì il giorno stesso. Anche Emma fu in punto di morte, e per due settimane Joseph rimase continuamente al suo capezzale. Quando ella migliorò, Joseph rivolse di nuovo le sue attenzioni al manoscritto.

Ormai Martin Harris era assente da tre settimane, e non aveva dato sue notizie. Martin non era stato completamente irresponsabile: aveva passato del tempo con sua moglie, si era occupato dei suoi affari a Palmyra e aveva fatto parte di una giuria.

Emma esortò Joseph a prendere la diligenza per Palmyra per controllare di persona la situazione. Dopo aver viaggiato da Harmony alla regione di Palmyra, percorsi a piedi gli ultimi trenta chilometri durante la notte, Joseph finalmente arrivò a casa dei suoi genitori a Manchester. Mandò immediatamente a chiamare Martin.

Martin di solito veniva rapidamente, così fu preparata la colazione per lui e per gli Smith. Passarono alcune ore prima che Martin finalmente si facesse vedere, camminando lentamente lungo il vialetto, a capo chino. Egli scavalcò la recinzione e si mise a sedere sugli scalini con il cappello abbassato sugli occhi.

Finalmente si decise ad entrare; sedette al tavolo della colazione, ma non riuscì a mangiare. Lucy Mack Smith, madre del Profeta, scrive: “Prese in mano coltello e forchetta, ma subito dopo li lasciò cadere. Hyrum, notando questo fatto, disse: “Martin, perché non mangi? Stai male?” Al che il signor Harris si portò le mani alle tempie e gridò con tono di profonda angoscia: “Oh, la mia anima è perduta! La mia anima è perduta!”

Joseph, che sino a quel momento non aveva espresso i suoi timori, si alzò in piedi e spinse indietro la sedia, gridando: “Martin, hai perduto il manoscritto? Hai violato il tuo giuramento e hai richiamato la condanna sul mio capo, oltre che sul tuo?” “Sì, è scomparso”, rispose Martin, “e non so dove si trovi”.

Il rimorso e il timore sopraffecero il Profeta. Egli esclamò: “Tutto è perduto! tutto è perduto! Cosa posso fare? Ho peccato, poiché sono stato io a tentare l'ira di Dio. Avrei dovuto accontentarmi della prima risposta che ricevetti dal Signore; poiché Egli mi disse che non sarebbe stato prudente permettere che il manoscritto lasciasse le mie mani”. Egli piangeva e si lamentava e camminava continuamente avanti e indietro.

Alla fine disse a Martin di tornare a cercarlo.

“No!” disse Martin. “Sarebbe inutile, poiché ho aperto anche i materassi e i cuscini alla ricerca del manoscritto e so che non c'è”.
“ Devo dunque”, disse Joseph, “tornare a casa con una simile storia? Non oso farlo. E come potrò presentarmi al cospetto del Signore? Di quale rimprovero non sono meritevole dall'angelo dell'Altissimo?>

Il mattino dopo tornò a casa. Ci salutammo con il cuore addolorato, poiché ormai era evidente che tutto quello per cui avevamo tanto sperato e che era stato per noi una fonte di tanta segreta gioia era scomparso in un momento, e scomparso per sempre”.

Tornato a Harmony senza le centosedici pagine del manoscritto, Joseph cominciò subito a pregare il Signore di perdonarlo per aver agito in modo contrario alla Sua volontà. Moroni comparve a Joseph e gli chiese di restituire le tavole e l'Urim e il Thummim, ma gli promise che avrebbe potuto riaverli se si fosse umiliato e pentito.

Qualche tempo dopo egli ricevette una rivelazione che lo rimproverava per la sua negligenza e per non aver tenuto conto dei consigli di Dio, ma lo consolava dicendogli che era ancora chiamato a compiere il lavoro di traduzione se si fosse pentito (vedi DeA 3:4-10).

Joseph si pentì e ricevette di nuovo le tavole e l'Urim e il Thummim, accompagnati dalla promessa che il Signore gli avrebbe mandato uno scrivano che lo aiutasse nel lavoro di traduzione. C'era anche un messaggio speciale: “L’angelo sembrava compiaciuto del mio operato ... e mi disse che il Signore mi amava per la mia fedeltà e umiltà”.

Con la restituzione del suo dono divino Joseph apprese per rivelazione che degli uomini malvagi, che intendevano farlo cadere in un tranello, avevano cambiato le parole del manoscritto. Se avesse di nuovo tradotto e pubblicato lo stesso testo, essi avrebbero detto che era incapace di tradurre due volte un testo nella stessa maniera e che pertanto il suo lavoro non poteva essere ispirato (vedi DeA 10).

Tuttavia Dio si era preparato per questa circostanza. Il documento smarrito era il libro di Lehi, tratto dal riassunto fatto da Mormon delle grandi tavole di Nefi. Ma Mormon era stato ispirato ad allegare ai suoi annali le piccole tavole di Nefi per “un saggio scopo”, che in quel momento egli non conosceva (vedi Parole di Mormon 3:1-7).

Queste piccole tavole contenevano una storia simile a quella del libro di Lehi. A Joseph fu comandato di non ritradurre la parte già fatta, ma di andare avanti e inserire al momento opportuno il testo delle piccole tavole di Nefi. Questi annali contenevano la storia di Nefi, che il Signore definì “un resoconto più particolareggiato” in merito alle cose che, nella Sua saggezza, Egli avrebbe portato alla conoscenza del popolo (vedi DeA 10:40).

LA PREPARAZIONE DEL PROFETA

I cinque anni e mezzo che vanno dal settembre 1823 all'aprile 1829 furono importanti nella preparazione di Joseph Smith a tradurre il Libro di Mormon e a guidare la Chiesa nella dispensazione della pienezza dei tempi. Ora aveva ventitre anni; era alto e robusto, lavorava nella fattoria, nei campi e anche per altre persone.

Nonostante fosse andato poco a scuola, Joseph aveva una mente avida di sapere, ansiosa di imparare. Gli piaceva scoprire da sé tante cose e cercare la risposta alle sue domande nelle Scritture (vedi Joseph Smith 2:11-12). Questa sete di conoscenza, particolarmente di conoscenza spirituale, non lo abbandonò mai.

Nel giugno 1843 Joseph disse ai santi: “Sono una pietra grezza. Il martello e lo scalpello non mi avevano mai toccato sino a quando il Signore mi prese per mano”. Il coraggio, l'ottimismo e la fede erano le caratteristiche della sua personalità. Egli aveva mostrato di possedere un grande coraggio quand'era ancora in tenera età, sopportando stoicamente una dolorosa operazione a una gamba.

In seguito affrontò la plebaglia del vicinato che cercava di privarlo delle tavole. Nonostante la sua povertà e mancanza d'istruzione, era molto ottimista riguardo a se stesso e alla vita. Rimproverato dal Signore e ripreso da Moroni, egli si mostrò sempre sottomesso, pronto a pentirsi, sempre energico. Affrontò la disperazione quando andarono perdute le centosedici pagine del manoscritto, ma da quella esperienza imparò ad obbedire e in seguito poté dire: “Ho fatto di questo la mia regola: Quando il Signore comanda, facciamolo!”.

Egli imparò anche delle preziose lezioni su come dominare i suoi impulsi e i suoi scopi, ed era pertanto capace di tenere l'occhio “diretto unicamente alla gloria di Dio” (DeA 4:5) e a incanalare le sue energie e i suoi pensieri verso l'edificazione del regno di Dio.

Joseph Smith aveva ormai acquisito una considerevole esperienza nei vari aspetti della rivelazione. Era stato accanto a Dio e a Suo Figlio e a messaggeri celesti. Aveva avuto visioni, sentito i suggerimenti dello Spirito e aveva accresciuto la sua capacità di usare l'Urim e il Thummim.

Non dobbiamo concludere che le rivelazioni gli venivano facilmente, poiché un'altra lezione che apprese durante questo periodo fu sapere quanta fede, diligenza, perseveranza, dignità e obbedienza doveva possedere per ricevere le comunicazioni di Dio.

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