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UN PERIODO DI PREPARAZIONE 1823 - 1829
QUANDO USCI’ DAL BOSCO in quel bellissimo mattino
di primavera del 1820 Joseph Smith non sarebbe mai più stato
lo stesso. Egli sapeva che il Padre e il Figlio esistevano
e avrebbe portato testimonianza di questa verità per
tutta la vita. Tuttavia passarono tre anni dopo la sua
grande visione di Dio prima che Joseph ricevesse ulteriori
istruzioni riguardo all'importante lavoro che era stato
chiamato a svolgere.
Durante questo periodo Joseph visse gli anni di mezzo
dell'adolescenza, periodo durante il quale degli insegnanti
coscienziosi e una comunità bendisposta avrebbero
potuto rafforzarlo. Ma Joseph aveva ricevuto ben poca
istruzione e, come abbiamo veduto, la sua testimonianza
destò l'ostilità generale. Anche alcuni
amici fidati si rivoltarono contro di lui; tuttavia Joseph
ebbe costantemente l'affettuoso sostegno dei familiari.
Joseph riconosce che durante quel periodo cadde “frequentemente
in molti folli errori” (Joseph Smith 2:28) e dette
adito alle debolezze della giovinezza. Il suo temperamento
allegro è uno dei motivi da lui indicati per aver
frequentato qualche volta una compagnia gioviale ed essersi
reso colpevole di atti di leggerezza, che egli considerava
incoerenti con il comportamento di una persona chiamata
da Dio (vedi v. 28). Tuttavia egli non si rese colpevole
di “peccati gravi o di azioni maligne” (v.
28).
Secondo sua madre durante questo periodo non accadde
nulla di importante. Joseph lavorava come al solito con
suo padre, occupandosi delle attività della fattoria,
disboscando il terreno o incidendo gli alberi per ricavarne
sciroppo e zucchero, e ogni tanto svolgeva altri lavori
come scavare le fondamenta di un edificio o coltivare
i campi di Martin Harris. Questo intervallo di tre anni
dette al giovane Joseph il tempo di crescere, maturare,
acquisire esperienza e ricevere ulteriori istruzioni.
LA PRIMA APPARIZIONE DI MORONI
Nel 1822 Joseph cominciò ad aiutare il fratello
maggiore Alvin a costruire una nuova casa per la loro
famiglia. Nel settembre 1823 la casa era già arrivata
al secondo piano, ma non aveva ancora il tetto. La famiglia
continuava a vivere nella loro casetta di tronchi. Fu
qui che nella tarda serata di domenica 21 settembre 1823
Joseph, ormai diciassettenne, si ritirò per la
notte.
Preoccupato di quale poteva essere la sua posizione
al cospetto del Signore, egli pregò sinceramente
di essere perdonato dei suoi peccati. Confidava che avrebbe
di nuovo avuto una manifestazione divina. Improvvisamente
la sua stanza si riempì di luce e un messaggero
celeste stette al suo capezzale, a parziale adempimento
della grande profezia dell'Apostolo Giovanni (vedi Apocalisse
14:6-7).
Joseph descrive così quell'essere risorto: “Aveva
una veste ampia del candore più squisito. Era
un candore che sorpassa ogni bianchezza che avevo visto
sulla terra; né credo che alcunché di terrestre
possa mai apparire così straordinariamente bianco
e brillante. Le sue mani erano nude, come pure le sue
braccia, un po' al di sopra del polso; così pure
erano i suoi piedi, e le gambe, un po' al di sopra delle
caviglie. La sua testa e il suo collo erano pure scoperti.
Potei rendermi conto che egli non aveva altro abito
che questa veste, poiché essa era aperta si che
potevo vedere il suo petto. Non soltanto la sua veste
era straordinariamente bianca, ma tutta la sua persona
era gloriosa oltre ogni descrizione, e il suo viso veramente
lucente come il lampo. La stanza era straordinariamente
illuminata, ma non tanto quanto immediatamente attorno
alla sua persona. Quando in prima lo vidi, fui spaventato,
ma tosto il timore mi lasciò” (Joseph Smith
2:31-32).
Il messaggero si presentò come Moroni, profeta
vissuto nel continente americano. Come possessore delle
chiavi del “legno di Efraim” (vedi DeA 27:5),
Moroni venne al momento stabilito per rivelare l'esistenza
di annali scritti su tavole d'oro, che giacevano nascoste
sotto terra da quattordici secoli. Era “la storia
dei primi abitanti di questo continente ... Disse pure
che in esso era contenuta la pienezza del Vangelo eterno,
quale era stata data dal Salvatore a quegli antichi abitanti” (Joseph
Smith 2:34). Joseph doveva tradurre gli annali e pubblicarli;
per questa e per altre cose che sarebbe stato chiamato
a fare, il suo nome sarebbe stato conosciuto nel bene
e nel male tra tutti i popoli (vedi v. 33).
Moroni fece riferimento a numerosi passi della Bibbia,
citando profeti come Malachia, Isaia, Gioele e Pietro
riguardo ai preparativi da compiere negli ultimi giorni
per il regno millenario di Cristo. Così cominciò l'istruzione
nel Vangelo impartita da Moroni a Joseph Smith.
Il messaggio di Moroni era talmente importante, ed era
talmente necessario inculcarlo nella mente del giovane
profeta, che Moroni ritornò altre due volte quella
stessa notte e ripeté le stesse istruzioni, aggiungendo
ogni volta altre informazioni. Durante la prima “intervista” Joseph
vide in visione il luogo in cui erano nascoste le tavole
(vedi v. 42). Esse erano sepolte su una collina a circa
quindici chilometri da casa sua. Durante la seconda visita
Moroni parlò a Joseph dei giudizi che stavano
per colpire la terra (vedi v. 45).
Alla fine della terza visita Moroni ammoni Joseph che
Satana avrebbe cercato di tentarlo a prendere le tavole
per il loro valore intrinseco, spinto a ciò dalle
condizioni di povertà della sua famiglia. Moroni
disse che il diciassettenne Joseph doveva avere un solo
scopo nell'ottenere le tavole, e questo scopo era glorificare
Dio. Doveva essere animato da un solo motivo, quello
di edificare il regno di Dio (vedi v. 46).
Nel corso dei successivi avvenimenti il Profeta apprese
perchè Moroni gli aveva impartito tali ammonimenti
e direttive. I colloqui di Joseph con Moroni occuparono
la maggior parte della notte, poiché alla fine
della terza visita egli sentì cantare il gallo.
Un nuovo giorno di luce spirituale stava davvero per
sorgere. Isaia parlò di questo giorno come di
un tempo in cui sarebbe venuta alla luce un'opera meravigliosa
e un prodigio (vedi Isaia 29:14).
LA PRIMA VISITA A CUMORA
Quel mattino, come al solito, Joseph andò a lavorare
nei campi insieme a suo padre e ai suoi fratelli. La
mancanza di sonno e l'essersi trovato alla presenza di
un essere glorificato e risorto durante la maggior parte
della notte lo avevano stremato, sicché egli incontrava
difficoltà nel lavorare.
Notando le condizioni del figlio e pensando che stesse
male, il padre di Joseph gli disse di tornare a casa.
Durante il cammino verso casa Joseph svenne. Quando tornò in
sé sentì qualcuno che lo chiamava per nome.
Quando si rese conto di dove si trovava, con sua sorpresa
vide di nuovo Moroni accanto a lui. Moroni quindi ripeté lo
stesso messaggio che aveva comunicato a Joseph in precedenza,
e gli comandò inoltre di informare suo padre della
visione e dei comandamenti che aveva ricevuto.
Joseph tornò indietro e spiegò a suo padre
tutto l'accaduto. Questi gli assicurò che ciò proveniva
da Dio e lo esortò a fare quello che gli era stato
comandato. Joseph scrive: “Lasciai il campo e mi
recai nel luogo in cui il messaggero mi aveva detto che
le tavole erano depositate; e grazie alla chiarezza della
visione che avevo avuta a loro riguardo, riconobbi il
posto all'istante stesso in cui vi arrivai” (Joseph
Smith 2:50).
Quasi alla sommità della collina Joseph trovò una
pietra “spessa ed arrotondata verso il centro del
lato superiore e più sottile verso gli orli” (v.
51). Era il coperchio di una cassa di pietra. Possiamo
soltanto immaginare la sua emozione quando aprì la
cassa. Là, dove giacevano da secoli, c'erano le
tavole, l'Urim e il Thummim e il pettorale, proprio come
Moroni aveva spiegato.
“La cassetta in cui giacevano era formata da pietre
piane, saldate insieme da una specie di cemento. Nel
fondo della cassetta erano poste due pietre a forma di
croce, e su queste pietre giacevano le tavole e le altre
cose insieme con esse” (Joseph Smith 2:52).
Quando viveva sulla terra, Moroni aveva profetizzato
che le tavole non potevano essere usate per guadagno
materiale per comandamento di Dio, ma che un giorno sarebbero
state di “grande valore” per le generazioni
future, portandole alla conoscenza di Dio (Mormon 8:14-15).
Durante il cammino che lo portava alla Collina di Cumora
Joseph aveva pensato alle condizioni di povertà della
sua famiglia e alla possibilità che le tavole,
o la popolarità di cui avrebbe goduto dopo averle
tradotte, avrebbero prodotto abbastanza ricchezza da
levarlo al di sopra delle condizioni economiche dei suoi
simili e da far uscire la sua famiglia dalle difficoltà economiche.
Quando allungò le mani per prendere le tavole
ricevette una scossa, e gli fu così impedito di
estrarle dalla cassa. Cercò di prenderle altre
due volte, e per due volte fu ricacciato indietro. In
preda alla frustrazione egli gridò: “Perché non
posso prendere questo libro?” Gli apparve Moroni
che gli disse che ciò era dovuto al fatto che
egli non aveva tenuto fede ai comandamenti e aveva invece
ceduto alla tentazione di Satana di procurarsi le tavole
a scopo di lucro, invece di tenere l'occhio rivolto unicamente
alla gloria di Dio, come gli era stato comandato.
Joseph, pentito, si rivolse umilmente al Signore in
preghiera e fu riempito dallo Spirito. Una visione si
aprì davanti a lui e “la gloria del Signore
splendette attorno a lui e si posò su di lui ...
Egli vide il principe delle tenebre ... Il messaggero
celeste [Moroni] disse: “Tutto questo ti è stato
mostrato, il bene e il male, il sacro e il profano, la
gloria di Dio e il potere delle tenebre, affinché tu
possa conoscere in seguito i due poteri e non lasciarti
mai influenzare o vincere da quello del maligno” ...
Ora vedi perché non hai potuto prendere questi
annali; che il comandamento era molto preciso, e se mai
si ricevono queste cose sacre ciò deve essere
mediante la preghiera e la fedeltà nell'obbedire
al Signore.
Esse non sono state depositate qui perché se
ne potesse trarre guadagno e ricchezza per la gloria
di questo mondo: esse furono suggellate mediante la preghiera
della fede. Il loro unico valore per i figlioli degli
uomini, è soltanto la conoscenza che esse contengono”.
Moroni concluse ammonendo Joseph che non gli sarebbe
stato consentito di prendere le tavole “sino a
quando egli avesse imparato a osservare i comandamenti
di Dio - non soltanto sino a quando fosse stato disposto,
ma anche capace di farlo ...
La sera successiva, quando tutta la famiglia fu riunita,
Joseph rivelò loro tutto quello che aveva comunicato
a suo padre nei campi e anche il ritrovamento degli annali,
oltre al colloquio avvenuto tra lui e l'angelo mentre
stava sul luogo in cui erano state depositate le tavole”.
LA PREPARAZIONE DI JOSEPH CONTINUA
Il monumentale lavoro di portare alla luce il Libro
di Mormon era stato predetto dagli antichi profeti (vedi
Isaia 29; Ezechiele 37:15-20; Mosè 7:62). Un lavoro
di tale portata richiedeva un'attenta preparazione. In
questo caso richiese quattro anni di insegnamenti.
Durante questo tempo Joseph si incontrò ogni
anno con Moroni alla Collina di Cumora per ricevere le
istruzioni necessarie per prepararsi a ricevere le tavole.
Anche altri profeti nefiti che avevano un vitale interesse
nella venuta alla luce del Libro di Mormon svolsero un
ruolo importante nella preparazione di Joseph. Nefi,
Alma, i Dodici Apostoli scelti dal Salvatore in America
e Mormon istruirono tutti Joseph. La sua istruzione fu
intensa durante questo periodo.
Sua madre Lucy descrive le conversazioni che avevano
luogo in famiglia la sera: “Joseph ogni tanto ci
narrava alcune delle cose più divertenti [interessanti]
che si potessero immaginare. Egli descriveva gli antichi
abitanti di questo continente, il loro abbigliamento,
il modo di viaggiare e gli animali sui quali cavalcavano;
le loro città e gli edifici con ogni particolare,
il modo in cui facevano la guerra e anche quello in cui
rendevano il culto. E sembrava farlo con tanta facilità come
se avesse trascorso tra loro tutta la vita”.
AVVENIMENTI INTERMEDI
Tra la prima apparizione di Moroni e il giorno in cui
Joseph ricevette le tavole, nella sua vita ci furono
alcuni avvenimenti assai significati. Nel novembre 1823
una tragedia colpì gli Smith. Alvin, fratello
maggiore di Joseph, si ammalò; suo padre non riusciva
a rintracciare il medico di famiglia. Il medico, che
infine venne a visitare l'infermo, gli somministrò del
calomelano (cloruro di mercurio), lassativo che a quel
tempo veniva usato come cura per molte malattie.
Ma questa medicina si bloccò nello stomaco di
Alvin causandogli grandi sofferenze. Egli morì il
19 novembre 1823 dopo quattro giorni di malattia. Alvin
era un giovane fedele e serio, e Joseph lo idolatrava.
Joseph vedeva in lui una persona senza frode, che conduceva
una vita retta.
Anche Alvin amava Joseph e si interessava molto ai sacri
annali. In punto di morte egli rivolse a Joseph questo
consiglio: “Voglio che tu sia un bravo ragazzo,
che faccia tutto quanto è in tuo potere per ottenere
gli annali. Sii fedele nell'osservare le istruzioni che
hai ricevuto e nell'obbedire a ogni comandamento che
ti viene dato”. Molti anni dopo Joseph seppe per
rivelazione che Alvin era erede del regno celeste (vedi
DeA 137:1-6).
Dopo la morte di Alvin gli Smith attraversarono un periodo
di gravi difficoltà economiche. Joseph e i suoi
fratelli andavano a lavorare a giornata ovunque potevano.
A quel tempo negli Stati Uniti era molto in voga la ricerca
di tesori nascosti. Nell'ottobre 1825 Josiah Stowell
di South Bainbridge, Stato di New York, agricoltore,
proprietario di una segheria e diacono della chiesa presbiteriana,
chiese a Joseph di aiutarlo in una di queste imprese.
Stowell aveva dei parenti a Palmyra e probabilmente
da loro aveva sentito parlare di Joseph. Stowell era
alla ricerca di una leggendaria miniera d'argento perduta,
che si pensava fosse stata aperta dagli Spagnoli nella
Pennsylvania settentrionale. Stowell era uno dei molti
uomini di buona reputazione e posizione economica del
suo tempo che erano convinti che in molte località dell'America
fossero sepolti dei tesori, e che investivano somme considerevoli
nel tentativo di ritrovarli.
Stowell aveva saputo che Joseph era in grado di discernere
le cose invisibili e desiderava il suo aiuto in questa
iniziativa. Il Profeta era riluttante, ma Stowell persistette
e, poiché la famiglia di Joseph si trovava in
condizioni di necessità, egli e suo padre, insieme
con altri vicini, acconsentirono ad andare dove diceva
Stowell. Fu una decisione che avrebbe avuto grande importanza
per la vita di Joseph e per il futuro della Chiesa.
Joseph e i suoi compagni andarono a pensione nella casa
di Isaac Hale nel Comune di Harmony, in Pennsylvania.
Il villaggio di Harmony distava diversi chilometri e
si trovava su un'ansa, là dove il Fiume Susquehanna
entra nella Pennsylvania nord-occidentale, a poca distanza
da dove si supponeva si trovasse la miniera.
Mentre era a pensione presso gli Hale Joseph fu attratto
dalla figlia di questi, una giovane dai capelli neri
di nome Emma. Anche la giovane era attratta da Joseph,
anche se aveva un anno e mezzo più di lui. Questa
simpatia tuttavia non era gradita al padre di Emma, il
quale disapprovava la ricerca di tesori nascosti e disdegnava
la mancanza di istruzione di Joseph.
Sua figlia, maestra di scuola, era una giovane colta,
ed egli voleva qualcosa di meglio per lei. Nel frattempo
la ricerca della miniera d'argento non portò a
nessun risultato. Dopo quasi un mese di lavoro Joseph
riuscì a persuadere Josiah Stowell che i suoi
sforzi erano vani, e la ricerca della miniera ad Harmony
fu abbandonata.
Fin dal tempo di questo episodio i detrattori di Joseph
lo hanno definito “ricercatore di tesori nascosti” per
diffamarlo, per criticare le sue motivazioni e per gettare
dubbi sulla validità della Chiesa da lui organizzata.
I fatti appaiono più chiari se li esaminiamo nel
contesto dell'epoca e della località in cui avvennero.
Nella Nuova Inghilterra e nella parte occidentale dello
Stato di New York tali attività non erano disapprovate
come avvenne in seguito. Molti anni dopo Joseph ammise
francamente la sua partecipazione nell'impresa, ma precisò che
era stata insignificante.
Mentre lavorava ai confini tra gli Stati di New York
e della Pennsylvania Joseph fece un altro incontro che
sarebbe diventato importante per lui e per la Chiesa
nei suoi primi anni nello Stato di New York. Joseph Knight
sen., amico di Josiah Stowell, era un umile agricoltore
e mugnaio che viveva a Colesville nella Contea di Broome,
Stato di New York. Joseph Smith lavorò anche per
lui e in questo frattempo stabilì con lui e con
i suoi figli Joseph jun. e Newel un forte legame di amicizia.
Essi credettero alla testimonianza del giovane profeta
quando raccontò loro le sacre esperienze che aveva
fatto.
Durante il tempo libero che gli rimaneva dopo il lavoro
per Josiah Stowell e Joseph Knight sen. e dopo le visite
alla sua famiglia a Manchester, Joseph continuò a
corteggiare Emma Hale. A causa della strenua opposizione
del padre della giovane al loro matrimonio, Joseph e
Emma fuggirono insieme.
Furono sposati da un giudice di pace a South Bainbridge,
Stato di New York, il 18 gennaio 1827. Subito dopo Joseph
portò la sua sposa dalla sua famiglia a Manchester,
dove trascorse l'estate successiva lavorando la terra
con suo padre. Emma fu bene accolta dalla famiglia di
Joseph e tra lei e Lucy Mack Smith si stabilì un
rapporto molto affettuoso.
LE TAVOLE VENGONO AFFIDATE A JOSEPH
Si conosce molto poco degli incontri di Joseph con Moroni
tra il 1824 e il 1827, ma in una data precedente l'autunno
del 1827 Joseph una sera tornò a casa più tardi
del solito. I suoi familiari erano preoccupati, ma egli
disse loro che era in ritardo poiché aveva appena
ricevuto un severo rimprovero da Moroni.
Egli disse che, mentre passava accanto alla Collina
di Cumora, l'angelo gli era andato incontro e aveva detto
che egli non si dedicava abbastanza al lavoro del Signore;
che era venuto il tempo in cui gli annali dovevano essere
portati alla luce e che egli doveva dedicarsi anima e
corpo alle cose che Dio gli aveva comandato di fare.
Molte cose devono essere accadute durante i quattro
anni di preparazione di Joseph. Egli trascorse l'adolescenza
senza essere minimamente influenzato dai precetti degli
uomini. Egli godeva dell'affettuoso sostegno della sua
famiglia e svolgeva i compiti conseguenti al suo matrimonio.
Gli angeli lo prepararono a tradurre degli annali divinamente
ispirati e gli insegnarono la necessità dell'autodisciplina
e dell'obbedienza.
Egli era indubbiamente ansioso di cominciare a tradurre
il Libro di Mormon. A quel tempo Joseph Knight e Josiah
Stowell fecero visita agli Smith a Manchester. Questo
può essere avvenuto mentre Joseph aspettava di
ricevere le tavole.
Il 22 settembre 1827, molto prima del sorgere del sole,
Joseph e sua moglie attaccarono il cavallo di Joseph
Knight al cadesse di Josiah Stowell e percorsero i cinque
chilometri che li separavano dalla Collina di Cumora.
Lasciata Emma ai piedi della Collina, Joseph vi salì per
avere il colloquio finale con Moroni.
Moroni gli consegnò le tavole, l'Urim e il Thummim
e il pettorale. Rivolse anche a Joseph un preciso ammonimento
e gli fece una promessa riguardante i suoi doveri. Joseph
era ora responsabile di quei sacri oggetti e, se per
sua negligenza o incuria li avesse perduti, sarebbe stato
reciso. D'altra parte se si fosse sforzato al massimo
di preservarli sino a quando Moroni sarebbe venuto a
ritirarli, gli fu assicurato che essi sarebbero stati
protetti (vedi Joseph Smith 2:59).
Per la prima volta in oltre millequattrocento anni i
preziosi annali furono affidati a un mortale. Joseph
nascose con cura le tavole nel cavo di un albero vicino
a casa sua. Gli amici del Profeta non erano le uniche
persone che attendevano con ansia che egli ricevesse
le tavole: altre persone del vicinato erano venute a
sapere che Joseph avrebbe portato a casa sua le preziose
tavole di metallo.
Alcune di queste persone probabilmente avevano partecipato
alla ricerca della miniera d'argento e ora pensavano
che spettasse loro una parte di ogni tesoro trovato dal
giovane. Joseph imparò presto il motivo per cui
Moroni gli aveva fortemente raccomandato di proteggere
le tavole.
“Ogni strattagemma che si potesse inventare” fu
impiegato per sottrargliele (v. 60). Per esempio Willard
Chase, un agricoltore delle vicinanze, insieme ad altri
cercatori di tesori fece chiamare un indovino perché trovasse
il luogo dove erano nascoste le tavole.
Quando gli Smith vennero a sapere del complotto mandarono
Emma a prendere Joseph, che a quel tempo stava lavorando
a Macedon, pochi chilometri a ovest di Palmyra. Egli
tornò immediatamente e riprese le tavole: le avvolse
in un vestito di lino e si inoltrò nei boschi,
pensando che fossero più sicuri della strada frequentata.
Ma proprio mentre stava scavalcando un tronco fu colpito
alle spalle dal calcio di un fucile. Joseph tuttavia
riuscì a gettare a terra il suo assalitore e a
fuggire. Circa un chilometro dopo fu di nuovo assalito,
ma riuscì ancora a fuggire, e prima di arrivare
a casa fu assalito per la terza volta. Sua madre disse
che quando giunse a casa era “terribilmente a corto
di fiato per la paura e la fatica della corsa”.
Gli sforzi per rubare le tavole si intensificarono,
ma si adempì anche la promessa di protezione fatta
da Moroni. Joseph spesso toglieva le tavole dal loro
nascondiglio appena pochi minuti prima dell'arrivo dei
cercatori di tesori. Una volta le nascose sotto la pietra
del focolare del camino della sua casa.
Un folto gruppo di uomini si radunò davanti alla
casa, ma si dispersero quando Joseph e i suoi fratelli
finsero un contrattacco, uscendo di corsa dalla porta
principale e gridando e urlando come se avessero con
sé un numeroso gruppo di persone. Joseph quindi
nascose la cassa sotto il pavimento di legno dell'officina
del bottaio nella loro fattoria, ma gli fu suggerito
di nascondere le tavole da sole sotto il lino che stava
in soffitta. Quella notte i suoi nemici demolirono il
pavimento dell'officina del bottaio, ma le tavole rimasero
al sicuro.
L'ADEMPIMENTO DELLA PROFEZIA DI ISAIA
Durante questo periodo la vita di Joseph era continuamente
in pericolo; per questo egli decise di riportare Emma
a Harmony, dove sperava di poter cominciare in pace il
lavoro di traduzione. Prima della partenza Martiri Harris,
eminente cittadino di Palmyra che in seguito avrebbe
svolto un ruolo di primo piano nella restaurazione del
Vangelo, si fece avanti per offrire il suo aiuto.
Era un prospero tessitore, uomo d'affari e agricoltore
che aveva conosciuto la famiglia Smith quando questi
si erano stabiliti a Palmyra, e nel corso degli anni
aveva assunto alle sue dipendenze vari suoi componenti.
Egli fornì il denaro necessario a Joseph e Emma
per saldare i loro debiti e dette loro anche cinquanta
dollari per il viaggio.
Dopo aver nascosto le tavole in un barile di fagioli
in fondo al carro, uscirono di città in un freddo
giorno d'inverno nel dicembre 1827 diretti a Harmony,
dove, come da accordi presi in precedenza, sarebbero
vissuti per qualche tempo con i genitori di Emma.
Dopo un breve soggiorno presso gli Hale la coppia acquistò una
casa dal fratello maggiore di Emma, Jesse. Era una casetta
a due piani in una fattoria di circa cinque ettari, sulla
sponda del Fiume Susquehanna. Per la prima volta dopo
tante settimane Joseph poté lavorare relativamente
in pace. Tra il dicembre 1827 e il febbraio 1828 copiò molti
dei caratteri incisi sulle tavole e tradusse alcuni di
essi usando l'Urim e il Thummim. Durante i primi stadi
di questo lavoro Joseph dedicò considerevole tempo
e sforzi a familiarizzarsi con il linguaggio delle tavole
e a imparare a tradurre.
Secondo accordi presi in precedenza Martin Harris fece
visita a Joseph ad Harmony durante il febbraio 1828.
Ormai il Signore aveva preparato Martin perché aiutasse
Joseph nella sua missione. Secondo la sua stessa testimonianza,
nel 1818 a Martin fu comandato dal Signore di non unirsi
a nessuna chiesa finché non si fossero adempiute
le parole di Isaia.
Qualche tempo dopo fu rivelato a Martin che il Signore
aveva un lavoro per lui. Nel 1827 numerose manifestazioni
convinsero Martin Harris che Joseph Smith era un profeta
e che egli doveva quindi aiutarlo a portare il Libro
di Mormon a quella generazione. Pertanto Martin andò a
Harmony per prendere una copia di alcuni caratteri provenienti
dalle tavole per mostrarli a numerosi linguisti di fama
del tempo, il che adempì la profezia contenuta
in Isaia 29:11-12 per convincere il mondo incredulo.
Martin fece visita ad almeno tre uomini che avevano
la reputazione di capaci linguisti. Ad Albany, nello
Stato di New York, parlò con Luther Bradish, diplomatico,
statista, viaggiatore e studioso di lingue. A New York
fece visita al dottor Samuel Mitchill, vice-presidente
dell'Istituto medico Rutgers. Fece anche visita a un
uomo che conosceva diverse lingue, incluso l'ebraico
e il babilonese.
Quest'uomo era il professar Charles Anthon dell'Università di
Columbia a New York, che era forse il più qualificato
tra gli uomini con i quali Martin si era messo in contatto
per giudicare i caratteri riportati sul documento. Egli
era tra i principali studiosi di materie classiche del
suo tempo: all'epoca della visita di Martin Harris Charles
Anthon era professore aggiunto di greco e latino; conosceva
il francese, il tedesco, il greco e il latino, ed era
informato, se i libri della sua biblioteca possono essere
considerati una prova, delle più recenti scoperte
riguardanti la lingua dell'antico Egitto, comprese le
prime opere di Champollion.
Secondo Martin Harris il professar Anthon esaminò i
caratteri e la loro traduzione e rilasciò volentieri
un certificato, nel quale dichiarava ai cittadini di
Palmyra che gli scritti erano autentici. Anthon inoltre
disse a Martin che i caratteri assomigliavano all'egiziano,
al caldeo, all'assiro e all'arabo ed espresse l'opinione
che la traduzione era corretta.
Martin mise in tasca il certificato e stava per andarsene
quando Anthon lo richiamò e gli chiese in che
modo Joseph Smith aveva trovato le tavole d'oro sulla
collina. Martin spiegò che un angelo di Dio aveva
rivelato a Joseph il loro nascondiglio. Al che Charles
Anthon gli chiese di restituirgli il certificato, cosa
che Martin fece.
“Egli lo prese e lo stracciò a pezzi, dicendo
che ai nostri giorni non v'erano più apparizione
d'angeli e cose simili, ma che se avessi voluto portargli
le tavole, egli le avrebbe tradotte. Lo informai che
una parte delle tavole era sigillata, e che mi era proibito
di portargliele. Rispose allora: “Non posso leggere
un libro sigillato”.
Il viaggio di Martin Harris fu importante per diversi
motivi. Primo, mostrò che gli studiosi nutrivano
un grande interesse per quei caratteri ed erano disposti
a prenderli in seria considerazione finché un
angelo non entrava a far parte della loro storia. Secondo,
per Martin e Joseph era il diretto adempimento della
profezia relativa al Libro di Mormon. Terzo, era una
dimostrazione che la traduzione degli annali avrebbe
richiesto l'aiuto di Dio; l'intelletto non sarebbe stato
sufficiente (vedi Isaia 29:11-12; 2 Nefi 27:15-20). Infine
esso diede più fede a Martin.
Questi tornò a New York sicuro di avere le prove
sufficienti a convincere i suoi vicini della verità del
lavoro di Joseph Smith: adesso era pronto a impegnare
totalmente se stesso e i suoi mezzi per portare alla
luce il Libro di Mormon.
SMARRIMENTO DEL MANOSCRITTO
Martin non poteva prevedere le difficoltà che
lo aspettavano a Palmyra. Sua moglie Lucy era adirata
perché era andato all'Est senza di lei: temeva
che gli Smith cercassero di imbrogliarlo ed era risentita
per il tempo che il marito trascorreva con Joseph lontano
da lei.
Il suo disappunto era evidente quando Martin tornò a
casa. Ella era quel genere di persona che chiede prove
sicure di ogni cosa; perciò, quando Martin si
preparò a tornare in Pennsylvania, insistette
per accompagnarlo. Egli acconsentì a portarla
con sé per qualche giorno. Ad Harmony il primo
obiettivo di lei fu quello di vedere le tavole. Ella
frugò la casa, obbligando Joseph a nasconderle
all'esterno.
Ad un certo punto ritenne di aver scoperto il luogo
in cui erano sepolte, ma quando si chinò per accertarsene
fu spaventata da un grosso serpente nero e si ritrasse.
Irritata perché non era riuscita a trovare le
tavole, prese a dire a chiunque fosse disposto ad ascoltarla
che suo marito era stato imbrogliato da un “grande
impostore”. Dopo due settimane Martin la riportò a
casa. Nonostante i di lei tentativi per dissuaderlo,
Martin tornò ad Harmony. In assenza del marito,
Lucy continuò a diffondere le sue critiche a Palmyra.
In Pennsylvania Joseph e Martin lavorarono insieme alla
traduzione sino al 14 giugno 1828. Per tale data la traduzione
riempiva centosedici pagine formato protocollo, e Martin
chiese se poteva portare a casa questo manoscritto per
mostrarlo alla moglie e agli amici. Sperava che questo
avrebbe convinto Lucy che il lavoro era giustificato
e che ella rinunciasse quindi alla sua opposizione.
Per mezzo dell'Urim e del Thummim Joseph si rivolse
al Signore. La risposta fu negativa. Martin, insoddisfatto,
insistette sino a quando Joseph chiese di nuovo al Signore.
La risposta fu ancora negativa. Le richieste e le insistenza
di Martin continuarono. Joseph voleva accontentare il
suo benefattore. Era giovane e inesperto e confidava
nell'età e nella maturità di Martin.
Inoltre Martin era l'unica persona che Joseph conosceva
disposta a lavorare come scrivano e a finanziare la pubblicazione
del libro. Queste considerazioni lo spinsero a chiedere
di nuovo. Finalmente il Signore concesse un permesso
condizionato. Martin si impegnò per iscritto a
mostrare il manoscritto soltanto a quattro o cinque persone,
fra le quali sua moglie, suo fratello Preserved Harris,
suo padre, sua madre e la sorella di Lucy, Polly Cobb.
Martin quindi partì per Palmyra con l'unica copia
del manoscritto.
Poco dopo la partenza di Martin Emma Smith dette alla
luce un figlio, Alvin, che morì il giorno stesso.
Anche Emma fu in punto di morte, e per due settimane
Joseph rimase continuamente al suo capezzale. Quando
ella migliorò, Joseph rivolse di nuovo le sue
attenzioni al manoscritto.
Ormai Martin Harris era assente da tre settimane, e
non aveva dato sue notizie. Martin non era stato completamente
irresponsabile: aveva passato del tempo con sua moglie,
si era occupato dei suoi affari a Palmyra e aveva fatto
parte di una giuria.
Emma esortò Joseph a prendere la diligenza per
Palmyra per controllare di persona la situazione. Dopo
aver viaggiato da Harmony alla regione di Palmyra, percorsi
a piedi gli ultimi trenta chilometri durante la notte,
Joseph finalmente arrivò a casa dei suoi genitori
a Manchester. Mandò immediatamente a chiamare
Martin.
Martin di solito veniva rapidamente, così fu
preparata la colazione per lui e per gli Smith. Passarono
alcune ore prima che Martin finalmente si facesse vedere,
camminando lentamente lungo il vialetto, a capo chino.
Egli scavalcò la recinzione e si mise a sedere
sugli scalini con il cappello abbassato sugli occhi.
Finalmente si decise ad entrare; sedette al tavolo della
colazione, ma non riuscì a mangiare. Lucy Mack
Smith, madre del Profeta, scrive: “Prese in mano
coltello e forchetta, ma subito dopo li lasciò cadere.
Hyrum, notando questo fatto, disse: “Martin, perché non
mangi? Stai male?” Al che il signor Harris si portò le
mani alle tempie e gridò con tono di profonda
angoscia: “Oh, la mia anima è perduta! La
mia anima è perduta!”
Joseph, che sino a quel momento non aveva espresso i
suoi timori, si alzò in piedi e spinse indietro
la sedia, gridando: “Martin, hai perduto il manoscritto?
Hai violato il tuo giuramento e hai richiamato la condanna
sul mio capo, oltre che sul tuo?” “Sì, è scomparso”,
rispose Martin, “e non so dove si trovi”.
Il rimorso e il timore sopraffecero il Profeta. Egli
esclamò: “Tutto è perduto! tutto è perduto!
Cosa posso fare? Ho peccato, poiché sono stato
io a tentare l'ira di Dio. Avrei dovuto accontentarmi
della prima risposta che ricevetti dal Signore; poiché Egli
mi disse che non sarebbe stato prudente permettere che
il manoscritto lasciasse le mie mani”. Egli piangeva
e si lamentava e camminava continuamente avanti e indietro.
Alla fine disse a Martin di tornare a cercarlo.
“No!” disse Martin. “Sarebbe inutile,
poiché ho aperto anche i materassi e i cuscini
alla ricerca del manoscritto e so che non c'è”.
“
Devo dunque”, disse Joseph, “tornare a casa
con una simile storia? Non oso farlo. E come potrò presentarmi
al cospetto del Signore? Di quale rimprovero non sono
meritevole dall'angelo dell'Altissimo?>
Il mattino dopo tornò a casa. Ci salutammo con
il cuore addolorato, poiché ormai era evidente
che tutto quello per cui avevamo tanto sperato e che
era stato per noi una fonte di tanta segreta gioia era
scomparso in un momento, e scomparso per sempre”.
Tornato a Harmony senza le centosedici pagine del manoscritto,
Joseph cominciò subito a pregare il Signore di
perdonarlo per aver agito in modo contrario alla Sua
volontà. Moroni comparve a Joseph e gli chiese
di restituire le tavole e l'Urim e il Thummim, ma gli
promise che avrebbe potuto riaverli se si fosse umiliato
e pentito.
Qualche tempo dopo egli ricevette una rivelazione che
lo rimproverava per la sua negligenza e per non aver
tenuto conto dei consigli di Dio, ma lo consolava dicendogli
che era ancora chiamato a compiere il lavoro di traduzione
se si fosse pentito (vedi DeA 3:4-10).
Joseph si pentì e ricevette di nuovo le tavole
e l'Urim e il Thummim, accompagnati dalla promessa che
il Signore gli avrebbe mandato uno scrivano che lo aiutasse
nel lavoro di traduzione. C'era anche un messaggio speciale: “L’angelo
sembrava compiaciuto del mio operato ... e mi disse che
il Signore mi amava per la mia fedeltà e umiltà”.
Con la restituzione del suo dono divino Joseph apprese
per rivelazione che degli uomini malvagi, che intendevano
farlo cadere in un tranello, avevano cambiato le parole
del manoscritto. Se avesse di nuovo tradotto e pubblicato
lo stesso testo, essi avrebbero detto che era incapace
di tradurre due volte un testo nella stessa maniera e
che pertanto il suo lavoro non poteva essere ispirato
(vedi DeA 10).
Tuttavia Dio si era preparato per questa circostanza.
Il documento smarrito era il libro di Lehi, tratto dal
riassunto fatto da Mormon delle grandi tavole di Nefi.
Ma Mormon era stato ispirato ad allegare ai suoi annali
le piccole tavole di Nefi per “un saggio scopo”,
che in quel momento egli non conosceva (vedi Parole di
Mormon 3:1-7).
Queste piccole tavole contenevano una storia simile
a quella del libro di Lehi. A Joseph fu comandato di
non ritradurre la parte già fatta, ma di andare
avanti e inserire al momento opportuno il testo delle
piccole tavole di Nefi. Questi annali contenevano la
storia di Nefi, che il Signore definì “un
resoconto più particolareggiato” in merito
alle cose che, nella Sua saggezza, Egli avrebbe portato
alla conoscenza del popolo (vedi DeA 10:40).
LA PREPARAZIONE DEL PROFETA
I cinque anni e mezzo che vanno dal settembre 1823 all'aprile
1829 furono importanti nella preparazione di Joseph Smith
a tradurre il Libro di Mormon e a guidare la Chiesa nella
dispensazione della pienezza dei tempi. Ora aveva ventitre
anni; era alto e robusto, lavorava nella fattoria, nei
campi e anche per altre persone.
Nonostante fosse andato poco a scuola, Joseph aveva
una mente avida di sapere, ansiosa di imparare. Gli piaceva
scoprire da sé tante cose e cercare la risposta
alle sue domande nelle Scritture (vedi Joseph Smith 2:11-12).
Questa sete di conoscenza, particolarmente di conoscenza
spirituale, non lo abbandonò mai.
Nel giugno 1843 Joseph disse ai santi: “Sono una
pietra grezza. Il martello e lo scalpello non mi avevano
mai toccato sino a quando il Signore mi prese per mano”.
Il coraggio, l'ottimismo e la fede erano le caratteristiche
della sua personalità. Egli aveva mostrato di
possedere un grande coraggio quand'era ancora in tenera
età, sopportando stoicamente una dolorosa operazione
a una gamba.
In seguito affrontò la plebaglia del vicinato
che cercava di privarlo delle tavole. Nonostante la sua
povertà e mancanza d'istruzione, era molto ottimista
riguardo a se stesso e alla vita. Rimproverato dal Signore
e ripreso da Moroni, egli si mostrò sempre sottomesso,
pronto a pentirsi, sempre energico. Affrontò la
disperazione quando andarono perdute le centosedici pagine
del manoscritto, ma da quella esperienza imparò ad
obbedire e in seguito poté dire: “Ho fatto
di questo la mia regola: Quando il Signore comanda, facciamolo!”.
Egli imparò anche delle preziose lezioni su come
dominare i suoi impulsi e i suoi scopi, ed era pertanto
capace di tenere l'occhio “diretto unicamente alla
gloria di Dio” (DeA 4:5) e a incanalare le sue
energie e i suoi pensieri verso l'edificazione del regno
di Dio.
Joseph Smith aveva ormai acquisito una considerevole
esperienza nei vari aspetti della rivelazione. Era stato
accanto a Dio e a Suo Figlio e a messaggeri celesti.
Aveva avuto visioni, sentito i suggerimenti dello Spirito
e aveva accresciuto la sua capacità di usare l'Urim
e il Thummim.
Non dobbiamo concludere che le rivelazioni gli venivano
facilmente, poiché un'altra lezione che apprese
durante questo periodo fu sapere quanta fede, diligenza,
perseveranza, dignità e obbedienza doveva possedere
per ricevere le comunicazioni di Dio.
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