I SANTI DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE IL MONDO SI STAVA ancora riprendendo dagli effetti della Grande Depressione
quando in Europa scoppiò la seconda guerra mondiale. Sotto Adolf
Hitler e il Terzo Reich la Germania stava allargando i propri confini.
Contemporaneamente anche il Giappone espandeva il suo impero verso il
Pacifico in cerca di influenza politica, materie prime e nuovi mercati
per le sue industrie. Ben presto la maggior parte del mondo fu trascinata
nella guerra. Come negli anni 30 la depressione aveva avuto notevoli
effetti sui Santi degli Ultimi Giorni, la seconda guerra mondiale e
ciò che ne conseguì ebbero un forte impatto sulla Chiesa
e sui santi durante il decennio successivo.
LA CHIESA E IL TERZO REICH
Fra il 1920 e il 1940 circa le missioni tedesche conobbero un successo
senza precedenti, specialmente nelle province orientali. Quando, nel
1933, i nazionalsocialisti o nazisti si impadronirono del potere in
Germania, i membri della Chiesa dovettero essere sempre più cauti.
Gli agenti della Gestapo spesso tenevano sotto osservazione le riunioni
della Chiesa, e la polizia interrogava molti dirigenti di ramo e di
missione per avere dettagliate informazioni sulle dottrine, le credenze
e le pratiche mormoni, ammonendoli a non immischiarsi in faccende politiche.
Già intorno al 1935 le riunioni dei Santi degli Ultimi Giorni
venivano spesso annullate in occasione di adunate naziste.
Inoltre la presenza del movimento della Gioventù Hitleriana
costrinse la Chiesa a rinunciare al programma di scoutismo. Gli insegnamenti
del Vangelo su Israele non erano per niente conformi alla politica antigiudaica
dei nazisti. Fu per questo che vennero sequestrate copie del libro Gli
Articoli di fede, la ben nota opera dottrinale dell'anziano James E.
Talmage, per i riferimenti a Israele e a Sion ivi contenuti.
In una città la polizia arrivò persino a strappare dagli
innari tutti gli inni riguardanti quegli argomenti. Avvenne quindi che
alcuni membri della Chiesa, allarmati e preoccupati per questo stato
di cose, smisero di frequentare le riunioni per evitare noie con la
polizia, e altri santi tedeschi presero in seria considerazione l'idea
di abbandonare il loro paese e di emigrare.
A differenza di altri piccoli gruppi religiosi, la Chiesa non fu mai
ufficialmente bandita dalla Germania. Essa infatti aveva fornito una
immagine positiva di sé quando il governo nazista invitò degli
anziani mormoni a collaborare come esperti agli allenamenti di alcune
squadre tedesche di pallacanestro e ad assisterle alle Olimpiadi di
Berlino del 1936.
Bisogna anche dire che, siccome i nazisti tenevano molto alla purezza
razziale, essi presero a incoraggiare la ricerca genealogica. Quegli
stessi funzionari governativi che prima negavano l'accesso agli archivi
genealogici ai Mormoni, ritenendo questi ultimi una setta odiosa, finirono
col rispettarli proprio per il loro interesse verso la genealogia. Nonostante
ciò, sul finire degli anni 30 la situazione per la Chiesa e i
missionari si fece sempre più difficile.
L’ascesa del nazismo in Germania si ripercosse anche sull'attività della
Chiesa in Sud America, dove esistevano consistenti colonie di immigrati
tedeschi. In Brasile il governo, per paura di azioni sovversive da parte
di filo-nazisti, proibì l'uso della lingua tedesca nelle riunioni
pubbliche e la distribuzione di opuscoli redatti in quella lingua. Siccome
i missionari mormoni, durante il primo decennio trascorso in Brasile,
avevano lavorato quasi esclusivamente fra la minoranza di lingua tedesca,
le riunioni della Chiesa si svolgevano nella maggior parte dei rami
proprio in quella lingua.
Per le pressioni del governo la polizia in una località del
paese costrinse i santi a consegnare le scritture in lingua tedesca,
che vennero poi pubblicamente bruciate in un falò. A causa di
tutto ciò, verso la fine degli anni 30 i missionari cambiarono
obiettivo e si dedicarono alla maggioranza di lingua portoghese, ponendo
in tal modo le basi della grande crescita della Chiesa in Brasile degli
anni seguenti.
L'EVACUAZIONE DEI MISSIONARI
Fin dall'autunno del 1937 Adolf Hitler aveva dichiarato che avrebbe
ingrandito il suo dominio con l'annessione dei popoli di lingua tedesca
dell'Austria e della Cecoslovacchia occidentale. Nel marzo 1938 la Germania
riuscì ad annettere l'Austria. Nel settembre successivo Hitler
accusò i cechi di persecuzioni verso la minoranza tedesca presente
nel loro paese e riaffermò il suo diritto all'intervento militare.
Vennero concentrate truppe dall'una parte e dall'altra del confine e
la guerra sembrava inevitabile.
Con l'acuirsi della tensione in Europa, crebbe la preoccupazione delle
Autorità generali per la sicurezza dei missionari che operavano
in quelle zone, perciò il 14 settembre 1938 la Prima Presidenza
ordinò l'evacuazione di tutti i missionari presenti in Germania
e in Cecoslovacchia. Avendo però la Gran Bretagna e la Francia,
al convegno di Monaco di Baviera, acconsentito all'annessione della
Cecoslovacchia occidentale - a condizione che Hitler rinunciasse a ulteriori
aggressioni - la guerra fu evitata sia pure momentaneamente, e la Prima
Presidenza permise il ritorno dei missionari sul loro campo di missione.
L'accordo di Monaco però non portò a una pace duratura.
Nel 1939 Hitler rivolse la sua attenzione alla Polonia. Chiedeva il
libero accesso, attraverso il cosiddetto “corridoio polacco”,
alla Prussia Orientale, popolata da tedeschi. Ripetendo le identiche
accuse rivolte un anno prima alla Cecoslovacchia, Hitler cercò di
giustificare un intervento militare accusando la Polonia di maltrattamenti
nei confronti della minoranza tedesca.
Con l'accrescersi della tensione si rivelò preziosa per la Chiesa
l'esperienza diplomatica del presidente J. Reuben Clark. Tramite le
sue conoscenze al Dipartimento di Stato egli tenne i dirigenti della
Chiesa informati, quasi di ora in ora, su quanto avveniva in Europa.
Infine il 24 agosto 1939, un giovedì, la Prima Presidenza ordinò per
la seconda volta l'evacuazione di tutti i missionari dalla Germania
e dalla Cecoslovacchia.
Il coordinamento dell'operazione fu affidato all'anziano Joseph Fielding
Smith, che in quel momento si trovava in Europa per il suo giro annuale
di visite alle missioni di quel continente. L’evacuazione dei
missionari, in particolare dalla Germania occidentale, presentò seri
problemi, ma creò anche le circostanze adatte perché avvenissero
straordinari episodi a dimostrazione dell'aiuto divino.
Il telegramma della Prima Presidenza arrivò in Germania venerdì 25
agosto al mattino, mentre l'anziano Joseph Fielding Smith e il presidente
della missione, M. Douglas Wood, stavano dirigendo una conferenza ad
Hanover. Il presidente Wood e la moglie tornarono immediatamente alla
sede della missione a Francoforte.
Nel pomeriggio essi telegrafarono a tutti i missionari, ordinando loro
di partire immediatamente per l'Olanda; ma il sabato mattina un missionario
telefonò dal confine comunicando che i Paesi Bassi avevano chiuso
le frontiere a quasi tutti gli stranieri, per timore che l'afflusso
di migliaia di profughi esaurisse le loro già esigue riserve
di generi alimentari. Nel frattempo un comunicato della radio tedesca
annunciò che entro la sera della domenica seguente tutte le ferrovie
sarebbero state sottoposte a controllo militare e che i viaggi dei civili
non sarebbero stati più garantiti.
Il momento di crisi determinato dalla chiusura della frontiera olandese
mise alla prova le doti di intraprendenza del presidente Wood e dei
missionari nel cercare di risolvere il problema. Sapendo che non si
poteva portare valuta tedesca fuori dai confini, quasi tutti i missionari
avevano impiegato il denaro rimasto loro nell'acquisto di macchine fotografiche
e di quant'altro potevano portare con sé. Di conseguenza, non
avendo denaro sufficiente per acquistare i biglietti per Copenaghen,
meta alternativa dell'evacuazione, parecchi gruppi di missionari rimasero
bloccati alla frontiera olandese.
A Francoforte il presidente Wood affidò a uno dei suoi missionari,
l'anziano Norman George Seibold, ex giocatore di football dell'Idaho,
un compito speciale:
“
Io dissi: “Anziano, sperduti fra qui e il confine olandese vi
sono trentuno missionari. Sarà tuo compito rintracciarli e farli
uscire da questo paese”....
Dopo quattro ore di treno l'anziano arrivò a Colonia, circa
a mezza strada tra Francoforte e il confine olandese. Non avendo idea
di dove si trovassero esattamente questi trentuno missionari, avevamo
detto all'anziano Seibold di affidarsi alla sua intuizione. Colonia
non era la sua destinazione finale, ma l'anziano sentì che doveva
scendere proprio lì. Era una grande stazione e in quel momento
vi erano migliaia di persone ... Appena l'anziano vi mise piede si mise
a fischiettare “Quello ch'è giusto produce i suoi frutti”,
un passaggio dell'inno “Fai ciò ch'è ben”,
ben noto ai missionari”. Bastò quello per trovare otto
missionari!'
In certe stazioni l'anziano Seibold rimase sul treno, ma in altre sentì l'impulso
di scendere. Ecco il suo racconto: “Ebbi la premonizione di uscire
dalla stazione e addentrarmi in quella città. In quel momento
mi sembrava una cosa senza senso, ma non c'era molto da aspettare, e
così andai. Passando vicino a una Gasthaus, cioè a un
ristorante, entrai, e lì c'erano due missionari! Fu una cosa
fantastica, anche perché essi mi conoscevano e naturalmente erano
felici di vedermi.... Fu proprio come se qualcuno mi avesse preso per
mano per condurmi lì”.
Il lunedì seguente, 28 agosto, a Copenaghen il presidente Wood
apprese che quattordici dei trentuno missionari bloccati alla frontiera
erano entrati in Olanda sani e salvi. Nel pomeriggio, poi, ricevette
un telegramma dall'anziano Seibold che gli annunciava l'arrivo in Danimarca,
per la sera stessa, dei rimanenti diciassette.
Mentre i missionari della Germania occidentale cercavano di raggiungere
la Danimarca, in Cecoslovacchia accadevano altri fatti drammatici. E
11 luglio quattro missionari furono arrestati dalla Gestapo e rinchiusi
nella prigione di Pankrac, dove erano detenuti i prigionieri politici.
Per sei settimane il loro presidente di missione, Wallace Toronto, si
adoperò costantemente per ottenere il loro rilascio.
Ci riuscì solo il 23 agosto 1939, proprio un giorno prima che
la Missione Ceca ricevesse l'ordine di evacuazione. La maggioranza dei
missionari, insieme con sorella Toronto e i suoi figli, partirono immediatamente
per la Danimarca; il presidente Toronto invece rimase ancora un po'
di tempo per aiutare gli anziani usciti di prigione a recuperare i passaporti
e gli effetti personali.
Ma mentre le armate di Hitler si preparavano a invadere la Polonia
le comunicazioni con la Cecoslovacchia furono interrotte. Racconta sorella
Toronto: “Vedendomi così preoccupata e sempre più sconvolta
col passare dei minuti, il presidente [Joseph Fieldingl Smith si avvicinò e,
mettendomi una mano intorno alle spalle con fare protettivo, disse: “Sorella
Toronto, questa guerra non scoppierà finché fratello Toronto
e i suoi missionari non arriveranno in questa terra di Danimarca”.
Il 31 agosto, giovedì, il presidente Toronto e i missionari
terminarono i loro affari in Cecoslovacchia. Ma proprio prima della
partenza uno dei missionari fu di nuovo arrestato e rinchiuso in prigione.
Agendo con tempestività e guidato dall'ispirazione, il presidente
Toronto riuscì a convincere le autorità tedesche che avevano
arrestato la persona sbagliata, e così l'anziano fu immediatamente
rimesso in libertà. La sera stessa la comitiva salì su
un treno speciale - l'ultimo in partenza dalla Cecoslovacchia! - destinato
all'evacuazione della delegazione britannica.
Il mattino seguente di buon'ora passarono da Berlino e nel pomeriggio
s'imbarcarono sull'ultimo traghetto diretto in Danimarca. Fu proprio
quel giorno che ebbe inizio l'invasione tedesca della Polonia, atto
generalmente considerato come l'inizio della seconda guerra mondiale.
La promessa profetica fatta dall'anziano Joseph Fielding Smith a sorella
Toronto si era pienamente adempiuta.
A Salt Lake City la Prima Presidenza seguiva con viva attenzione il
progressivo deteriorarsi della critica situazione europea. Ben presto
ordinò l'evacuazione di tutti i missionari che si trovavano in
Europa. Per la maggior parte questi ultimi attraversarono l'Atlantico
su navi da carico adattate per trasportare diverse centinaia di passeggeri
sistemati alla meglio. Caratteristica di queste navi era di avere le
stive piene di cuccette, con una semplice tenda come separazione fra
il reparto uomini e il reparto donne. Il presidente J. Reuben Clark
junior considerò questa evacuazione, riuscita in pieno, un evento
davvero miracoloso. Ecco le sue parole:
“Tutti i missionari furono evacuati completamente dall'Europa
nel giro di tre mesi. In quel periodo decine di migliaia di americani
prendevano d'assedio le biglietterie delle grandi compagnie di navigazione
per poter avere un passaggio. Anche senza aver prenotato, quando un
gruppo di missionari era pronto per l'imbarco, lo spazio necessario
per loro c'era sempre; e ciò anche se tutti i tentativi di prenotare
i posti erano falliti.... E’ proprio vero: questa grande impresa
fu accompagnata dalle benedizioni del Signore”.
Nel 1940 la guerra in rapida espansione coinvolse altri paesi. Ben
presto Belgio, Olanda e Francia si arresero ai Tedeschi e la Gran Bretagna
si preparò a lottare per la sua sopravvivenza. Come conseguenza
le colonie oltremare di questi paesi furono esposte agli attacchi militari.
Nel 1940 il Giappone firmò un trattato di collaborazione con
la Germania e l'Italia e cominciò a occupare l'Indocina francese.
Questi sviluppi spinsero la Prima Presidenza a ritirare il mese successivo
tutti i missionari dal Sud Pacifico e dal Sud Africa. Le comunicazioni
fra queste zone e la sede centrale della Chiesa non furono interrotte,
come lo furono invece con l'Europa, e così i presidenti di missione
furono autorizzati a rimanere nelle loro rispettive sedi. I missionari
non furono invece evacuati dal Sud America, ma dopo il 1941 nessuno
fu più mandato in missione in quel continente.
Nel 1943 in Sud America non era rimasto più nessun missionario.
Il lavoro di proselitismo dei missionari a tempo pieno fu, in quel periodo,
limitato all'America del Nord e alle Hawaii, e anche lì il numero
dei missionari fu drasticamente ridotto, perché un numero crescente
di giovani fu chiamato a svolgere il servizio militare.
LA PERSEVERANZA DEI SANTI EUROPEI
Quando furono ritirati i missionari e i loro dirigenti, i santi europei
furono lasciati soli, e in certi casi rimasero isolati. Molti di loro
furono testimoni oculari di distruzioni e di morti. Anche lontano dalle
zone di combattimento l'angoscia causata dal conflitto indeboliva lo
spirito e il coraggio e tendeva a far diminuire l'interesse per le cose
spirituali. In Germania poi, e nei paesi occupati dai Tedeschi, i santi
si trovarono a risolvere un altro dilemma.
Alcuni ritenevano che fosse più saggio cooperare coi nazisti,
mentre altri erano convinti che fosse loro dovere di patrioti resistere.
Un esempio fu quello di Helmuth Hubener, un adolescente di Amburgo membro
della Chiesa che osò distribuire volantini con notizie trasmesse
dalla British Broadcasting Corporation e captate da lui stesso con una
radio a onde corte, in cui vi erano idee contrarie a quelle della propaganda
nazista. Per questa sua azione egli fini decapitato in una prigione
della Gestapo.
I missionari evacuati furono incoraggiati a scrivere lettere piene
di fede e di speranza ai fedeli delle località dove essi avevano
svolto la missione, e ai presidenti di missione fu dato lo speciale
incarico di mantenersi in contatto per corrispondenza coi dirigenti
locali a cui avevano affidato la cura dei santi. Purtroppo la guerra
interruppe il servizio postale, e perfino dalla neutrale Svizzera per
due anni non si ricevettero lettere. In queste condizioni i dirigenti
locali impararono ad affidarsi alla rivelazione personale per ricevere
la guida necessaria.
Salvo qualche sporadica eccezione, durante la guerra la maggioranza
dei santi europei progredì nella fede e nell'aderenza alle dottrine
e alle procedure della Chiesa. In parecchie zone aumentarono le decime,
le offerte di digiuno e la frequenza alle riunioni della Chiesa.
In Svizzera i membri missionari dedicavano due sere alla settimana
al lavoro di proselitismo e battezzarono più persone di quante
ne avevano battezzate i missionari a tempo pieno prima della guerra.
Negli anni precedenti alla guerra i presidenti di missione erano stati
attivi nel preparare i santi alla condizione di isolamento che in seguito
avrebbero sperimentato.
Durante la visita in Europa fatta nel 1937 il presidente Heber J. Grant,
con intuito profetico, aveva molte volte esortato i fedeli ad assumere
da soli le loro responsabilità e a non affidarsi esclusivamente
agli anziani provenienti dall'America. Un dirigente locale veramente
esemplare fu Max Zimmer, presidente della Missione Svizzera durante
la guerra, che diresse efficaci programmi di addestramento per i dirigenti
locali del sacerdozio e delle ausiliarie e curò la distribuzione
di periodici della Chiesa ai santi.
Il fatto che fossero arruolati nelle forze armate numerosi santi tedeschi,
molti dei quali lasciavano mogli e figli, ridusse nei vari rami la presenza
del sacerdozio che in molte zone, alla fine degli anni 30, si era grandemente
fortificato.
Nei primi mesi di guerra i santi tedeschi ritenevano per la maggior
parte che la guerra che stavano combattendo fosse giusta; ma, col prolungarsi
del conflitto e l'aumentare delle atrocità, furono sempre più numerosi
i membri della Chiesa che cominciarono a sperare nella vittoria degli
Alleati e a pregare per questo.
Le sofferenze e i massacri furono particolarmente gravi sul fronte
orientale, dove l'esercito russo avanzava implacabile in territorio
tedesco. Parecchi soldati mormoni fecero ritorno alle loro famiglie
solo dopo aver trascorso molti anni nei campi di prigionia; alcuni poi
non tornarono affatto.
Degno di nota è il caso di Herbert Klopfer, uno dei santi che
perdettero la vita in guerra. Nel 1940 fratello Klopfer fu chiamato
come presidente di missione in Germania Orientale. Quello stesso anno
fu richiamato alle armi e fu assegnato proprio alla guarnigione di Berlino,
sede della missione. Fu così in grado di dirigere gli affari
della missione dal proprio ufficio militare.
Tre anni dopo, ricevuto l'ordine di recarsi sul fronte occidentale,
affidò gli affari della missione ai suoi due consiglieri, i quali
si presero anche cura della sua famiglia. Durante un breve periodo trascorso
in Danimarca egli visitò alcuni santi danesi. Dapprima questi
lo temevano a causa dell'uniforme che indossava, ma in seguito, quando
egli portò testimonianza della verità del Vangelo, impararono
ad avere fiducia in lui. Nel luglio 1944 Herbert Klopfer fu dichiarato
disperso dopo un'azione di combattimento sul fronte orientale. Dopo
la fine della guerra si seppe che era morto nel marzo 1945 in un ospedale
russo.
Un altro giovane soldato mormone, Hermann Moessner, di Stoccarda, fece
delle esperienze di altro genere durante la guerra. Mentre combatteva
sul fronte occidentale fu preso prigioniero dai Britannici e fu internato
in un campo di prigionia in Inghilterra. Approfittando dell'ozio forzato,
fratello Moessner cominciò a insegnare il Vangelo agli altri
prigionieri del campo.
Quattro di essi accettarono il Vangelo e chiesero di essere battezzati.
L'anziano Moessner scrisse allora alla sede più vicina della
Chiesa a Londra per chiedere istruzioni. Ben presto l'anziano Hugh B.
Brown si recò nel campo dove si trovava il giovane Moessner e
lo autorizzò a battezzare i convertiti. Molti anni dopo Hermann
Moessner fu chiamato a servire come presidente del palo di Stoccarda.
Anche i santi tedeschi che non servivano nelle forze armate ebbero
a soffrire, specialmente nelle zone sottoposte a bombardamenti. Nello
svolgere i loro incarichi di responsabilità in condizioni così dure,
i dirigenti locali erano certi di essere guidati sovente dall'ispirazione
divina. Ecco un episodio a titolo di esempio. Nel 1943 la città di
Amburgo subì ben centoquattro bombardamenti nel giro di dieci
giorni.
In circostanze del genere era necessario seguire le trasmissioni radio
anche durante le riunioni della Chiesa, per essere informati di eventuali
attacchi aerei. Una domenica il presidente di quel ramo, pur non avendo
avuto notizie di imminenti attacchi aerei, sentì l'improvviso
impulso di concludere la riunione e di mandare subito tutti i fedeli
nel più vicino rifugio antiaereo, a dieci minuti di cammino.
I fedeli avevano appena raggiunto il rifugio quando la zona dov'erano
prima fu colpita dalle bombe!
In caso di distruzione delle normali cappelle, i fedeli tenevano le
riunioni della Chiesa nelle loro case. Ma nel territorio di una delle
missioni il 95 per cento dei santi perdette la propria casa. Per fronteggiare
quest'emergenza i dirigenti locali diedero inizio a una serie di programmi
di solidarietà. I santi vennero sollecitati a portare in appositi
luoghi di raccolta cibo, indumenti e provviste di articoli casalinghi
e a costituire delle scorte.
I santi risposero volentieri all'appello, convinti che era dovere di
tutti indistintamente condividere con gli altri i propri averi. Tante
e tante famiglie così portarono delle provviste e le divisero
con i fratelli e le sorelle che si trovavano nel bisogno. Tutti contribuirono
ad alimentare un fondo che servì alla Società di Soccorso
per acquistare tessuti, per rappezzare o rifare vecchi indumenti e per
confezionarne di nuovi.
I santi di Amburgo organizzarono il cosiddetto “Loeffelspende
(letteralmente: contributo del cucchiaio), che consisteva nel portare
a ogni riunione della Chiesa a cui si partecipava un cucchiaio a testa
di zucchero o di farina. Sembrava, a prima vista, una quantità ridicola;
eppure ci si accorse ben presto che “una cucchiaiata moltiplicata
per duecento bastò a preparare un dolce, destinato a festeggiare
il matrimonio di una giovane coppia o a essere donato a una madre in
attesa di un bambino o che ne stesse allattando uno”.
L'ATTEGGIAMENTO DELLA CHIESA NEI
CONFRONTI DELLA GUERRA
Il 7 dicembre 1941 il Giappone attaccò la base navale statunitense
di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. Il giorno dopo gli Stati Uniti
reagirono dichiarando guerra al Giappone e successivamente alla Germania.
Molti Santi degli Ultimi Giorni furono così coinvolti direttamente
nelle ostilità e, ancora una volta, dovettero riflettere sui
propri sentimenti riguardo alla guerra.
In ciò furono guidati dagli insegnamenti del Libro di Mormon,
che condannano la guerra se offensiva e la giustificano, invece, “anche
a costo di spargere sangue, se necessario”, se si tratta di difendere
il focolare domestico, il paese, la libertà, la religione (Alma
48:14; vedi anche 43:45-47). Nell'annuale messaggio di Natale, reso
noto meno di una settimana dopo l'attacco a Pearl Harbor, la Prima Presidenza
affermò che solo vivendo il Vangelo di Gesù Cristo ci
sarebbe stata una pace durevole nel mondo.
Ripetendo i consigli dati dal presidente Joseph F. Smith allo scoppio
della prima guerra mondiale, la Prima Presidenza esortò i santi
che si trovavano sotto le armi a tenere lontano dai loro cuori, anche
nell'ardore della battaglia, “qualsiasi sentimento di crudeltà,
odio e di volontà omicida”.
Questi stessi principi furono inclusi nella dichiarazione ufficiale
della Prima Presidenza, letta alla Conferenza Generale dell'aprile 1942.
La dichiarazione, ampiamente diffusa sotto forma di opuscolo, spiegava
in modo esauriente e autorevole la posizione della Chiesa sulla guerra.
Ai santi venne detto che, anche se “l'odio non deve trovare posto
nell'animo dei giusti”, essi “fanno parte della nazione” e
quindi devono lealtà e obbedienza a chi esercita l'autorità su
di loro.
Continuava il messaggio: “I membri della Chiesa hanno sempre
sentito l'obbligo di accorrere in difesa del loro paese quando sono
stati chiamati a farlo”. Se nel corso del combattimento essi “tolgono
la vita a quanti lottano contro di loro, non saranno colpevoli di omicidio
né soggetti al castigo che Dio ha prescritto per coloro che uccidono....
Infatti sarebbe ingiusto che Dio punisse i Suoi figli come peccatori
per azioni da loro compiute quali strumenti innocenti di un governo,
al quale Egli ha detto loro di obbedire e alla cui volontà non
sono in grado di resistere ...
Questa è una chiesa universale. Conta membri devoti in entrambi
i campi”, affermava il messaggio. Ai militari che avessero condotto
una vita pura, osservato i comandamenti e pregato costantemente, la
Presidenza promise che il Signore sarebbe stato loro vicino e nulla
sarebbe successo a loro che non fosse a onore e gloria di Dio e per
loro salvezza ed esaltazione." I santi ascoltarono i consigli dei
loro dirigenti e, una volta chiamati alle armi, fecero quanto era stato
detto loro.
SANTI IN UNIFORME
Già durante la guerra ispano-americana erano stati organizzati
gruppi di militari appartenenti alla Chiesa. Durante la prima guerra
mondiale, poi, l'anziano B. H. Roberts aveva servito come cappellano.
Fu però solo nel corso della seconda guerra mondiale che i programmi
della Chiesa per i santi sotto le armi raggiunsero il pieno sviluppo.
Nell'aprile 1941, appena nove mesi prima che gli Stati Uniti entrassero
ufficialmente in guerra, la Prima Presidenza annunciò che l'incarico
di coordinare i programmi per i militari mormoni era stato affidato
a Hugh B. Brown. Divenuto maggiore dell'esercito canadese durante la
prima guerra mondiale, egli sfruttò il suo grado per prendere
contatto con le autorità militari.
Durante la guerra viaggiò molto, infondendo coraggio ai soldati
mormoni quando si incontrava con loro. La gentilezza, il calore umano,
l'alto grado di spiritualità che lo distinguevano lo rendevano
particolarmente adatto a questo compito. Nell'ottobre 1942 fu organizzato
il Comitato della Chiesa per i militari presieduto dall'anziano Harold
B. Lee, nuovo membro del Consiglio dei Settanta.
Questo comitato cooperava con gli ufficiali delle forze armate americane
al fine di garantire la nomina di cappellani mormoni. Era un compito
estremamente difficile, perché gli ufficiali dell'esercito e
della marina erano restii all'idea di nominare cappellani delle persone
prive del consueto requisito, quello cioè di essere sacerdoti
di professione.
Il capo dei cappellani militari però aveva un buon ricordo di
un vescovo mormone e del grande interesse dimostrato da quest'ultimo
per il benessere spirituale dei militari che si trovavano nella sua
zona. Fu così che le autorità militari, sia pure gradualmente,
approvarono la nomina di cappellani militari mormoni. Verso la fine
della guerra quarantasei fratelli stavano servendo o avevano già servito
come cappellani militari.
A integrazione dell'attività dei cappellani, il Comitato della
Chiesa per i militari nominò circa un migliaio di “dirigenti
di gruppo”. Il loro compito, una volta messi a parte, consisteva
nell'officiare dovunque fosse necessario. Ciascuno riceveva un documento
che lo identificava come “anziano della Chiesa di Gesù Cristo
dei Santi degli Ultimi Giorni e dirigente di gruppo dell'Associazione
di Mutuo Miglioramento di detta Chiesa, autorizzato a prestare la sua
opera fra i membri della Chiesa che si trovano sotto le armi. E’ altresì autorizzato,
col benestare delle competenti autorità militari, a dirigere
corsi di studio e altre riunioni di culto”.
La Chiesa si fece promotrice di altre iniziative a beneficio dei santi
sotto le armi. A Salt Lake City e in California furono aperti alloggi
dove i militari, fra un viaggio e l'altro nell'adempiere ai loro doveri,
potevano soggiornare stando in un ambiente sano. Per i soldati lontani
da casa furono promosse dalla Chiesa sane attività sociali e
ricreative, alle quali si accedeva tramite le cosiddette “budget
cards” o “carte di bilancio”.
Ai santi che venivano arruolati erano consegnate copie tascabili del
Libro di Mormon e di una pubblicazione a cura della Chiesa dal titolo
Principi del Vangelo. Inoltre essi ricevevano una edizione ridotta di
Church News, contenente messaggi ispirati, servizi sulle attività dei
soldati e importanti annunci. Molti militari SUG furono esempi notevoli
di fede e di devozione.
Gli ufficiali rimanevano spesso stupiti nel constatare con quanta maestria
e senso di responsabilità i soldati mormoni dirigevano le loro
riunioni di culto facendo a meno di sacerdoti di professione. Nell'isola
di Saipan L. Tom Perry (futuro membro del Quorum dei Dodici) e altri
marines mormoni, non avendo alcun luogo ove potersi riunire, misero
mano alla costruzione di una cappella.
Nella Norvegia occupata i soldati tedeschi membri della Chiesa divisero
le loro razioni alimentari con fedeli del luogo che si trovavano nel
bisogno. Analogamente in Germania, verso la fine della guerra, soldati
americani membri della Chiesa aiutarono i fratelli a ricostruire edifici.
Spinti sempre dall'ansia di far conoscere il Vangelo, i membri della
Chiesa non tralasciarono alcuna occasione per farlo, anche nelle circostanze
difficili determinate dalla guerra. L'anziano Ezra Taft Benson si rammaricava
per la diminuzione del numero dei missionari a tempo pieno, ma era convinto
che i soldati mormoni avevano la responsabilità di fare “più lavoro
missionario oggi di quanto ne abbiamo fatto in tutta la storia della
Chiesa....
Uno [dei soldati] disse: “Fratello Benson, è proprio come
fare un'altra missione. Anche se le circostanze sono diverse, ci è data
pur sempre l'occasione di predicare il Vangelo, e noi ne approfittiamo”.
Il comportamento esemplare e degno tenuto dai soldati mormoni impressionò molti
loro commilitoni. Un sergente dell'esercito americano, nonostante la
durezza del suo cuore, fu talmente conquistato dalla coerenza verso
i principi della Chiesa dimostrata dal soldato semplice Paul H. Dunn
che finì per accettare il battesimo.
Paul H. Dunn divenne poi membro del Primo Quorum dei Settanta. Anche
un altro militare fu profondamente influenzato dal comportamento di
un giovane mormone di diciannove anni, col quale divise una volta una
buca di appostamento nell'isola di Okinawa. Quel giovane, Neil A. Maxwell,
futuro membro del Quorum dei Dodici, poteva persino fare a meno di predicare
il mormonismo: egli viveva la sua religione proprio come ci si aspettava
che la vivesse.
Vi fu poi un santo olandese che, in un campo di concentramento tedesco,
insegnò il Vangelo a un compagno di prigionia suo compatriota,
Jay Paul Jongkees, il quale in seguito sarebbe divenuto il primo presidente
di palo del loro paese. Ai militari mormoni va attribuito anche il merito
di avere introdotto il Vangelo in nuovi paesi: essi furono i primi,
per esempio, a stabilire un contatto fra la Chiesa e le Filippine.
Verso la fine della guerra il numero dei santi in servizio militare
ammontava a quasi centomila, vale a dire a circa un decimo di tutti
i membri della Chiesa. Alcuni furono miracolosamente protetti, altri
lasciarono la vita sul fronte. L'anziano Harold B. Lee cercò di
confortare coloro che avevano perduto una persona cara in guerra.
Egli disse: “E’ mia convinzione che l'attuale rovinoso
flagello della guerra, che uccide centinaia di migliaia di persone,
molte delle quali non sono responsabili delle cause della guerra, come
non lo sono i nostri giovani, rende necessario un aumento dell'attività missionaria
nel mondo degli spiriti; e che molti ragazzi che detengono il santo
sacerdozio e sono degni, una volta usciti da questa vita saranno chiamati
a svolgere il servizio missionario”.
GLI EFFETTI DELLA GUERRA SULLA CHIESA
NEL NORD AMERICA
Anche se i Santi del Nord America non soffrirono tanto quanto i loro
fratelli europei, la guerra ebbe un effetto considerevole sia sui membri
che sui programmi della Chiesa. Quando cominciò la guerra i cantieri
navali, le fabbriche di aeroplani e le altre industrie belliche crearono
molti nuovi posti di lavoro nella costa occidentale degli Stati Uniti.
Queste opportunità economiche attirarono verso la costa del
Pacifico molte famiglie degli stati montani. In seguito però,
quando furono impiantate industrie belliche anche nello Utah e nelle
zone circonvicine, molti santi furono indotti a ritornare.
Molti problemi furono posti alla Chiesa da questi spostamenti di popolazioni.
Fra gli impiegati delle industrie belliche vi erano anche dei giovani
mormoni non sposati, e questo significò che verso la fine del
conflitto erano sempre più numerosi i giovani che vivevano lontano
dall'influenza stabilizzatrice dell'ambiente domestico e della famiglia.
Per questo le Autorità Generali raccomandarono ai dirigenti
delle zone nelle quali andavano questi giovani di interessarsi di loro
in modo particolare. Per converso, l'avvento di nuove industrie in luoghi
abitati prevalentemente da mormoni portò in certe comunità dello
Utah un improvviso flusso di persone non appartenenti alla Chiesa.
L'inserimento di un così massiccio “elemento estraneo” preoccupò alcuni
dei più antichi residenti; ma i dirigenti raccomandarono ai santi
di accogliere con sentimenti di amicizia i nuovi venuti e, se possibile,
far conoscere loro il Vangelo. Fu offerta così una grande occasione
alle missioni di palo, istituite fin dal 1930.
Le condizioni determinate dalla guerra influirono anche
in altri modi sui programmi promossi dalla Chiesa.
Nel gennaio 1942, solo un mese dopo l'entrata in guerra degli Stati
Uniti, la Prima Presidenza annunciò che sarebbero state sospese
per tutta la durata della guerra tutte le riunioni dei dirigenti di
palo. La conseguente mancanza di istruzioni per i dirigenti sopravvenne
proprio nel momento in cui sarebbe stato necessario che le attività della
Chiesa divenissero più efficaci che mai, per non perdere il contatto
col crescente numero di membri lontani dalla guida e dal sostegno delle
proprie famiglie.
Sottolineò la Prima Presidenza: “Questo atto pone maggiori
responsabilità sulle organizzazioni ausiliarie di rione e di
ramo, che devono adoperarsi affinché il loro lavoro non subisca
diminuzioni, ma cresca quanto a vigore, migliori qualitativamente, in
poche parole sia reso più efficiente”.
Le presidenze generali delle varie organizzazioni ausiliarie si tennero
in contatto con i responsabili locali dando istruzioni per posta, mentre
venne ribadita l'importanza della famiglia come mezzo insostituibile
per mantenere viva la fede tra i giovani.
Un'altra misura presa dalla Prima Presidenza fu quella di limitare
la presenza alle conferenze generali ai soli dirigenti del sacerdozio
espressamente invitati. Il Tabernacolo fu chiuso al pubblico e i concerti
settimanali del coro furono trasmessi per radio senza la presenza del
pubblico. Si dovettero rimandare le celebrazioni del centenario della
Società di Soccorso, che cadeva nel 1942, e anche l'annuale Rappresentazione
di Cumora fu abolita per tutta la durata della guerra.
Il 27 aprile 1942 il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt,
parlò della necessità di aumentare le tasse, tenere sotto
controllo i salari e i prezzi, razionare la benzina e altri generi necessari
alla guerra; ma i santi degli ultimi giorni avevano già da tempo
preso delle iniziative per adattare i programmi della Chiesa alle mutate
circostanze.
L’anziano Harold B. Lee era convinto che il momento scelto per
mettere in atto le limitazioni imposte dalla Chiesa era stato ispirato
dalla rivelazione divina. Riferendosi ai provvedimenti restrittivi del
gennaio 1942 circa le riunioni delle ausiliarie e i viaggi egli dichiarò:
“Se ricordate che tutto ciò è accaduto circa da
otto mesi a un anno prima del razionamento degli pneumatici e della
benzina, potete ben capire, se ci pensate un momento, che questa era
ancora la voce del Signore che si rivolgeva a queste persone, per prepararle
al piano di risparmio che nel giro di un anno sarebbe stato imposto
loro. Nessuno, in quel momento, poteva certo prevedere che i paesi produttori
di certe materie prime essenziali sarebbero stati invasi, e che quindi
avremmo dovuto soffrire per la loro mancanza”.
Era anche convinzione dell'anziano Harold B. Lee che i dirigenti della
Chiesa erano ispirati quando, a cominciare dal 1937, consigliarono ai
santi di produrre e immagazzinare provviste di cibo per un anno. Secondo
l'anziano Lee ciò contribuì ad abituare i santi al razionamento
e alla scarsità e anticipò i cosiddetti “orti della
vittoria”, a cui il governo avrebbe annesso tanta importanza.
A causa dello sforzo bellico “le attività della Chiesa
incontrarono altri ostacoli. I materiali da costruzione furono destinati
all'uso militare, e ciò costrinse a sospendere la costruzione
di case di riunione e perfino del Tempio di Idaho Falls. Ma forse l'attività della
Chiesa che subì più delle altre le ripercussioni della
guerra fu il programma missionario.
Nel 1942 la Chiesa prese la decisione di non chiamare in missione
i giovani in età di leva. Da ciò derivò una brusca
diminuzione del numero dei missionari in attività: mentre nel
1941 erano stati chiamati 1.257 nuovi missionari a tempo pieno, due
anni dopo ne furono chiamati soltanto 261. Prima della guerra cinque
missionari su sei erano giovani detentori degli uffici di anziano o
settanta, ma nel 1945 i nuovi missionari erano in maggioranza donne
o sommi sacerdoti.
Accadde così ancora una volta che i santi residenti nei luoghi
assegnati alla missione assumessero incarichi di natura missionaria,
esattamente come avevano fatto dieci anni prima nel periodo della Grande
Crisi economica, quando il numero dei missionari subì una drastica
diminuzione. In tutto il Nord America i santi accettarono chiamate come
missionari locali a tempo parziale e assunsero ruoli di maggiore importanza
nelle organizzazioni di distretto o di ramo.
La Chiesa si fece promotrice di speciali programmi ideati per il tempo
di guerra e incoraggiò con ogni mezzo i santi a sostenere con
spirito patriottico lo sforzo bellico. La prima domenica del 1942 fu
scelta come giorno speciale dedicato al digiuno e alla preghiera. Come
avevano già fatto durante la prima guerra mondiale, le Autorità generali
elogiarono i santi per i contributi dati generosamente a favore della
Croce Rossa e di altri fondi umanitari.
Le sorelle della Società di Soccorso confezionarono corredi
di pronto soccorso per uso domestico e prepararono bende e altro materiale
per la Croce Rossa. Nell'inverno 1942-1943 le ragazze dodicenni e tredicenni
del corso delle “Api” dedicarono un totale di 228.000 ore
a varie attività utili: raccolsero rottami metallici, e altri
generi utili, grassi alimentari prepararono album di ritagli e biscotti
per i soldati, si presero cura dei bambini mentre le madri erano al
lavoro nelle industrie belliche ...
Per tali servigi fu conferito loro un riconoscimento, l'“Ape
d'Onore”. Nel 1943 i giovani dell'Associazione di Mutuo Miglioramento
degli Stati Uniti e del Canada raccolsero più di tre milioni
di dollari, che servirono ad acquistare cinquantacinque imbarcazioni
di salvataggio assolutamente necessarie per salvare le vite dei piloti
degli aerei abbattuti dal nemico”.
Sia in patria che al fronte, i santi degli ultimi giorni dell'uno e
dell'altro schieramento in conflitto si prodigarono con spirito patriottico
per sostenere le cause delle rispettive nazioni. Tutti, però,
anelavano al ritorno della pace. Anche se durante il conflitto si ebbe
un progresso in alcune attività, il preponderante sforzo bellico
pose degli ostacoli all'opera della Chiesa. Fu solo con la tanto desiderata
cessazione delle ostilità, avvenuta nel 1945, che la Chiesa poté riprendere
a progredire.
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